(Inviata il 4 febbraio 2000)
Carissimi amici,
chi di voi non ha letto il libro “La profezia di Celestino”? Ricordate l’importanza che vi si dava alle coincidenze?
E per quanti di noi quel libro ha segnato l’inizio del cammino verso la Luce!
Questa settimana desidero condividere con voi un racconto (vero) tratto da un bellissimo libro che si intitola “Piccoli Miracoli”, nel quale vengono descritte storie vere di coincidenze...
Sono certa che questa lettura aprirà ancora di più i vostri cuori.
Buona lettura!
Marilù
PICCOLI MIRACOLI
Coincidenze straordinarie di vite ordinarie di Yitta
Halberstam & Judith Leventhal - Ed. Sonzogno
Breve nota sulle autrici:
Yitta Halberstam e Judith Laventhal sono entrambe figlie di due sopravvissuti agli orrori dell’Olocausto proprio grazie a una serie di inspiegabili coincidenze. Sin da bambine hanno ascoltato più e più volte i loro padri raccontare i piccoli e grandi miracoli che hanno salvato loro la vita; così è nata l’idea di cercare altre testimonianze e di raccoglierle in un libro. <Piccoli Miracoli> è diventato presto un best-seller in America e in meno di tre mesi ha venduto 250.000 copie.
INTRODUZIONE
Ci sono momenti nella vita in cui ci fermiamo un attimo e intuiamo la presenza di Dio. A volte accade quando vediamo il viso luminoso di un bambino che dorme, a volte quando sentiamo un frammento di melodia che risveglia un desiderio sconosciuto. Questi momenti - che risplendono allettanti per un solo istante e poi svaniscono in un lampo - ci comunicano un senso del Divino.
Ogni foglia, ogni filo d’erba ha in sé l’impronta di Dio. Ma di questi tempi la maggior parte di noi vive in grandi città conducendo una vita frenetica, e ha perso il legame con la terra che arricchiva i nostri antenati e lì aiutava a vedere Dio. Oscurati dai grattacieli e dalla foschia dell’aria inquinata, riusciamo a malapena a vedere le stelle, e meno che mai a intuire una Presenza Divina.
Conducendo esistenze di solitudine e disperazione, come molti di noi fanno, come possiamo riuscire a riconnetterci a Dio, agli altri, a noi stessi? Oltre alla natura ci sono maestri - altre esperienze - che possono aiutarci nel nostro viaggio. Queste guide, fari illuminanti nel labirinto selvaggio in cui vaghiamo, ci offrono gentili indicazioni e affettuosi incoraggiamenti, mentre con fermezza ci spingono sul sentiero che forse abbiamo perduto.
Queste esperienze epifaniche, comuni a tutti, possono condurci al nostro destino non ancora compiuto. Avvengono nel grande flusso di energia universale, e necessitano solo della nostra viva consapevolezza della loro presenza. Quando acquisiamo tale consapevolezza e affiniamo la nostra capacità percettiva, queste esperienze possono diventare doni vitali di crescita e trasformazione. Vivere questi momenti nella loro pienezza e ricchezza, essere consapevoli del loro messaggio e sentire la loro musica, significa davvero conoscere Dio. E, tra queste esperienze, spicca il fenomeno che chiamiamo COINCIDENZE.
Le coincidenze sono state variamente definite come “fortuna”, “caso”, “qualcosa al di fuori dell’ordinario”, o “un casuale convergere di eventi inspiegabili che sfuggono alla nostra razionalità”. Noi, invece, crediamo fermamente che le coincidenze siano molto più che semplici casualità o scherzi del destino. Per noi le coincidenze sono benedizioni, la manna spirituale mandata da schiere di angeli a illuminarci il Cammino. Sono esempi vividi e sconvolgenti della Divina Provvidenza. Sono atti di Dio.
È stato spesso raccontato che quando il poeta William Blake contemplava l’alba, salutava il suo arrivo con un esuberante grido: “Santa! Santa!
Santa!” E così che ci sentiamo quando le coincidenze si manifestano nelle nostre vite.
Migliaia di anni fa Dio parlava all’uomo attraverso sublimi miracoli compiuti in gran numero e in modo grandioso. Nei tempi moderni ci viene negato questo privilegio. Oggi siamo alle prese con un Dio nascosto, un Dio celato, un Dio che non separa le acque, non ferma il sole e non trasforma le persone in statue di sale. Invece, abbiamo le coincidenze - miracoli di ogni giorno -, più piccoli, più intimi. Perché quando ha luogo una coincidenza, non è niente di più e niente di meno che Dio che ci tocca sulla spalla sussurrando, o a volte addirittura gridando: “Sono qui! Sono al tuo fianco!”
“Le coincidenze”, ha detto una volta la scrittrice Doris Lessing,“sono i miracoli in cui Dio vuole restare anonimo.”
«Piccoli miracoli» cerca di spogliare quella facciata di anonimato e di dimostrare che questi momenti apparentemente casuali sono invece espressioni piene e vitali della creazione di Dio. Nelle nostre vite personali siamo state molte volte toccate dallo splendore di Dio. L’obiettivo del libro è di condividere coi lettori le generose benedizioni di questa luce celestiale.
Le coincidenze, inoltre, possono essere viste come opportunità per cambiare, chiavi vitali per espandere la nostra consapevolezza. Se impareremo a essere più in sintonia con le coincidenze, più consci del loro significato, allora ci evolveremo a un livello più illuminato dell’esistenza. Quando integriamo l’esperienza e il significato delle coincidenze nelle nostre vite, ci apriamo alle fertili possibilità, alle benedizioni e al senso di armonia con l’universo che ci vengono offerte.
Abbiamo scritto questo libro spinte da una profonda ammirazione per il modo in cui Dio ci viene in aiuto. Entrambi i nostri padri sono sopravvissuti all’Olocausto e le loro vite sono state salvate da inspiegabili, incredibili coincidenze. Quando eravamo piccole, ci hanno raccontato le storie dei miracoli che hanno permeato le loro odissee. La sopravvivenza dei nostri padri non è stata una conseguenza del caso ma piuttosto il risultato della divina provvidenza. Anche se questi due grandi uomini sono entrambi morti più di dieci anni fa, il messaggio e l’eredità spirituale che ci hanno trasmesso continuano a vivere.
Oggi, sia Judith che io continuiamo a filtrare il disordinato numero di coincidenze che avvengono nelle nostre vite attraverso un prisma spirituale. Separatamente, ciascuna di noi due si è incamminata lungo un sentiero di ricerca del loro significato più profondo da un punto di vista spirituale piuttosto che da un punto di vista psicologico o paranormale. Più diventiamo consapevoli più ci rendiamo conto che le coincidenze si manifestano continuamente nelle nostre vite, a volte a una velocità stordente ma senza dubbio sempre entusiasmante.
Tutte le storie contenute in Piccoli miracoli sono VERE. Alcune sono consolatorie, altre strane, altre inquietanti. Certe coincidenze sono un richiamo verso una direzione che può cambiare la vita o addirittura salvarla.
Alcune storie dimostrano il modo in cui l’universo risponde ad alcune domande. E altre ancora offrono segni al protagonista, una conferma che si trova sulla strada giusta o ha fatto la cosa giusta. Ma per quanto le storie trasmettano con forza la presenza di Dio, offrono allo stesso tempo profondi insegnamenti e preziose lezioni morali che possono arricchire il nostro spirito e spingerci a vivere le nostre vite in modo più pieno.
Per aiutarvi nel viaggio, abbiamo interpretato molte di queste vicende, aggiungendo qualche riga di commento per riflettere sul loro significato e sul loro valore.
Ci auguriamo che dopo aver letto queste storie sarete in grado di assimilare i piccoli miracoli che avvengono nelle vostre vite con una mente più aperta e con un diverso modo di vedere. Come scoprirete, le coincidenze possono nutrire in tempi di fame, illuminare in tempi di confusione e confortare in tempi di bisogno.
Si racconta la storia di un sant’uomo che irradiava un’insolita aura di pace interiore e di felicità. Una luce ultraterrena, quasi celestiale splendeva dal suo corpo e attraeva vaste folle di persone che lo seguivano dovunque. “Benedetto”, gli gridavano, “sei tu Dio?” “No”, rispondeva. “Sei un angelo?” “No.” “Sei un profeta?” “No, mi sono semplicemente risvegliato.”
Ci auguriamo che «Piccoli miracoli» vi risveglierà alla ricca promessa di un universo generoso e allo splendore che giace addormentato nelle vostre anime. Le coincidenze sono dovunque e possono avvenire in qualsiasi momento. Quando la vostra anima sarà pronta, succederanno.
Tutto ciò che vi si chiede è di aprire i vostri cuori.
(Nota: I nomi seguiti da un asterisco sono stati cambiati.)
Era nato in una famiglia piuttosto agiata e com’era uso a quel tempo all’età di diciannove anni decise di ribellarsi. indossando la divisa di tela di jeans lacera e sbiadita della sua generazione, Joey Rildis lasciò il college e il lavoro, e annunciò al padre vedovo che sarebbe partito per l’india in cerca dell’«illuminazione». Da uomo sensibile e acuto qual era, suo padre, Adam Rildis, incassò il colpo con calma e senza scomporsi, dando ascolto agli amici che gli consigliavano di mostrare solo pazienza, tolleranza, amore. Joey si stava comportando «in modo normale, per la sua età», gli spiegarono e, ne erano sicuri, la tempesta sarebbe in breve passata. Così Adam disse al figlio che capiva il suo bisogno di essere indipendente e di cercare la propria identità, e che avrebbe accettato i grandi cambiamenti che stavano avvenendo nella sua vita con affetto e comprensione. Ma quando un giorno Joey gli rivelò di aver abbandonato la religione, suo padre non riuscì a controllarsi.
Adam era un superstite dell’Olocausto. Tutta la sua famiglia era stata uccisa dai nazisti; solo lui era sopravvissuto alle pene di tre campi di concentramento. Nello scoprire di essere l’unico rimasto in vita di tutta la famiglia, aveva giurato a se stesso che la religione per cui i suoi parenti erano morti non sarebbe morta dentro di lui. Molti dei sopravvissuti avevano preso la decisione opposta, abbandonando la religione della loro giovinezza per rabbia e per dolore, ma Adam vedeva le cose in modo del tutto differente. Distaccarsi dalla religione dei suoi parenti uccisi sarebbe stato né più né meno come tradire il ricordo delle loro vite... e delle loro morti.
A Cleveland, Adam aveva rispettato le tradizioni ebraiche, facendo diventare, giorno dopo giorno, i rituali religiosi del suo popolo parte integrante della vita della famiglia. Aveva mandato i suoi figli a una scuola ebraica, li aveva accompagnati in sinagoga regolarmente, aveva fatto in modo che si attenessero rigorosamente alla legge religiosa. Era orgoglioso di aver cresciuto dei ragazzi devoti che avrebbero portato avanti quell’eredità di famiglia. Ma ora suo figlio gli diceva che stava rifiutando proprio quel retaggio tanto importante, prendendosi gioco degli eventi luttuosi della loro famiglia. Adam avrebbe potuto sopportare qualsiasi altra cosa, ma non questo.
«Vattene!» gridò a Joey. «Vattene dalla mia casa e non tornare mai più!
Non sei più mio figlio. Ti caccio dal mio cuore, dalla mia anima, dalla mia vita. Non voglio vederti mai più!»
In India, Joey parlò con numerosi guru, in cerca di saggezza e di spiritualità, di risposte concrete agli elusivi misteri dell’esistenza.
Durante i suoi viaggi incontrò Sarah, per molti versi la sua controparte femminile. Anche lei aveva abbandonato la religione ebraica e stava cercando un diverso sentiero spirituale. Entrambi erano certi di aver trovato l»«anima gemella». Erano ormai insieme da sei anni quando, per caso, Joey incontrò un vecchio compagno di scuola di Cleveland, a un angolo di strada di Bombay.
Joey e Sammy si abbracciarono felici. « È incredibile!» esclamarono. Si stavano raccontando le rispettive avventure quando Sammy, con lo sguardo improvvisamente adombrato, disse: «Joey, mi è dispiaciuto moltissimo quando ho saputo di tuo padre».
«Mio padre?» ripeté Joey stupidamente. «Che cosa vuoi dire?»
«Oh, mio Dio, mi dispiace. È evidente che non lo sai ancora.»
«Cosa dovrei sapere?» chiese Joey, ora irrigidito dalla paura.
«Oh, Joey, tuo padre è morto un paio di mesi fa. Nessuno ti ha scritto per informarti?»
«Nessuno sapeva dove mi trovavo», rispose Joey lentamente, ancora stordito dalla notizia. «Di cosa è morto?» «Ha avuto un attacco di cuore.»
«Non è morto per un attacco di cuore», disse Joey, gli occhi che gli si riempivano di lacrime, «ma perché aveva il cuore spezzato, ne sono sicuro. Ed era a causa mia. Ho ucciso mio padre.»
«Joey, non essere ridicolo», mormorò Sarah, toccandogli affettuosamente una spalla. «Non hai niente a che fare con la morte di tuo padre!»
«Sarah, ti sbagli», rispose lui. «Ho tutto a che fare con la morte di mio padre!»
Per alcuni giorni, Joey visse perso in una sorta di stordimento, con la mente annebbiata dal dolore e dal rimorso. Non riusciva a liberarsi della soffocante certezza che fosse stato il dolore che aveva inflitto a suo padre a privarlo della vita. In un angolo della mente aveva continuato a sperare in una possibile riconciliazione tra di loro. In qualche modo era sempre stato sicuro che un giorno o l’altro si sarebbero ritrovati. Ora non avrebbe mai più potuto chiedere il perdono del padre, né essere accolto di nuovo nel caldo abbraccio del suo amore.
Ora non avrebbe mai più potuto trovare la tranquillità, la pace di cui aveva così disperatamente bisogno.
«Sarah», le disse scuotendo la testa sconsolato qualche tempo più tardi.
«Non posso più continuare così. Per me l’India ha il sapore delle ceneri, ormai. So che ti sembrerò strano, ma sento di dover andare... in Israele.»
«In Israele!» esclamò lei sorpresa, arricciando il naso disgustata come solo qualcuno che si è ribellato alla religione può essere. «E perché mai dovresti andarci?»
«Ne sento il bisogno, Sarah. Non riesco a spiegarti, ma devo andare.»
«Va bene, allora andiamoci», acconsentì lei, anche se contrariata.
Quando l’aereo atterrò, Joey si voltò verso la ragazza e le disse:
«Voglio andare a pregare».
«Sbaglio o stai diventando un pò strano, Joey?» gli chiese lei sarcastica.
«Sarah, per favore!»
«D’accordo», si addolcì la giovane, «vuoi andare a pregare?
Benissimo.
Vuoi andare in una sinagoga?»
«No, voglio andare al Muro del Pianto. E tutto ciò che rimane del Primo e del Secondo Tempio: è considerato il luogo più santo di Gerusalemme.
La gente crede che la presenza di Dio sia più forte lì che in qualsiasi altro luogo di Israele. È lì che si riuniscono le persone venute da tutto il mondo per parlare con Dio, per chiedere miracoli. Voglio andare a pregare per ottenere il perdono di mio padre.»
«Va bene», sospirò Sarah, «andiamo. Ma devo dirti che non mi piace per niente la direzione che stai prendendo.» «Sarah!» esclamò lui angosciato. «Perché non capisci?»
«Capisco anche troppo bene, Joey. Capisco che tu non sei lo stesso ragazzo che ho conosciuto in tutti questi anni. Un tempo ridevamo insieme di queste sciocchezze. E adesso vuoi andare a pregare davanti a un muro.»
«Ascolta, Sarah, sto soffrendo. Amavo mio padre. È morto. Ho la sensazione di averlo ucciso io. Perché stai cercando di rendermi le cose più difficili?»
Continuarono a discutere per circa un’ora, e alla fine decisero di lasciarsi. «Sarah, non so perché ci stia succedendo tutto questo», disse Joey tristemente. «Credevo che fossi la mia anima gemella.»
«Lo sono», rispose lei dolcemente, posandogli un tenero bacio sulla guancia. «Ma le nostre anime, semplicemente, non sono più in sintonia. Addio, Joey.»
Avvicinandosi a piedi al Muro, Joey guardava da lontano i gruppi di persone che attraversavano la piazza. Etiopi che indossavano copricapi africani, yemeniti in bianchi abiti tradizionali, americani con t-shirt e yar-mulke. Erano venuti tutti a premere le labbra sulle pietre, a piangere calde lacrime e a rivolgere a Dio le loro suppliche.
Joey si avvicinò a un soldato, uno delle decine che vigilavano sulla folla. «Mi scusi», chiese. «Dove posso trovare un libro di preghiere da queste parti?»
Senza dire una parola, il soldato gli indicò un rabbino barbuto, che stava distribuendo oggetti religiosi - yarmulke, libri di preghiere, sciarpe per le donne - ai nuovi fedeli.
Indossando uno yarmulke preso a prestito e stringendo un libro di preghiere, Joey si avvicinò al Muro. Guardò gli altri, imitò i loro movimenti, appoggiando la testa sulla pietra liscia del Muro, cercando di delimitarne una sezione con le braccia per creare un’atmosfera di intimità, e incominciò a pregare in silenzio.
Aveva pensato che le parole delle preghiere gli sarebbero sembrate sconosciute dopo tutti quegli anni e che le avrebbe recitate goffamente, ma si accorse che sgorgavano da lui in un torrente familiare e confortante. Chiuse gli occhi e ricordò l’intonazione che suo padre aveva usato per pronunciare quelle stesse parole, mentre con la memoria ritornava indietro, a reami diversi, al mondo della sua giovinezza.
«Oh, papà», singhiozzò. «Come vorrei poterti chiedere perdono! Come vorrei poterti dire quanto ti amavo! Come vorrei non averti causato tutto quel dolore! Non volevo ferirti, papà. Stavo solo cercando di trovare la mia strada. Tu eri tutto per me. Vorrei poterti dire tutto questo.»
Quando ebbe finito di pregare, si voltò, indeciso su cosa fare. Vide che diverse persone attorno a lui stavano scrivendo biglietti che poi infilavano nelle crepe del Muro. Curioso di scoprire il significato di quel gesto, si avvicinò a un ragazzo e gli chiese: «Scusi, perché tutte quelle persone stanno mettendo pezzetti di carta nelle crepe del Muro?»
«Oh, sono le loro suppliche», rispose il giovane, «le loro preghiere. Si crede che le pietre siano così sante che alle richieste poste al loro interno verrà dedicata un’attenzione speciale.»
«Posso farlo anch’io?» chiese Joey, interessato. «Certo! Sappia però che non è facile trovare una spaccatura ancora vuota ormai!» rise il ragazzo. «Da secoli gli ebrei vengono qui per rivolgere a Dio le loro preghiere.»
Joey scrisse: «Caro papà, ti prego di perdonarmi per il dolore che ti ho causato. Ti amavo moltissimo e non ti dimenticherò mai. E voglio che tu sappia che tutto ciò che mi hai insegnato non è andato sprecato. Non tradirò il ricordo delle morti della tua famiglia. Te lo prometto».
Quando ebbe finito di scrivere, si mise in cerca di una crepa vuota. il ragazzo non aveva esagerato. Tutte le spaccature del Muro erano piene, straripanti delle suppliche dei fedeli, e gli ci volle un’ora per trovare uno spazio libero. Ma quello spazio si rivelò non essere poi così vuoto. Quando infilò il biglietto nella spaccatura, accidentalmente ne fece scivolare all’esterno un altro che cadde a terra.
«Oh, no, ho buttato fuori la supplica di qualcun altro», pensò Joey, preoccupato, chiedendosi che cosa dovesse fare. Si chinò a raccoglierlo e, tenendo il biglietto arrotolato nel palmo della mano, incominciò a cercare un altra fessura in cui inserirlo. Ma, sopraffatto dalla terribile curiosità di leggere le parole scritte dall’altro fedele, fece qualcosa di stranamente irrispettoso: apri il biglietto per esaminarne il contenuto. E questo fu ciò che lesse:
«Caro Joey, figlio mio, se dovessi per caso venire in Israele e per miracolo trovassi questo biglietto, voglio che tu sappia questo: ti ho sempre amato, anche quando mi hai ferito, e non smetterò mai di amarti.
Tu sei, e sarai sempre, il mio figlio adorato. E, Joey, sappi che ti perdono di tutto, e spero solo che tu saprai ricambiare il perdono di questo stupido vecchio». Il biglietto era firmato: «Adam Riklis, Cleveland, Ohio».
«Signore, si sente bene? Signore... Signore...?» Quella voce priva di corpo giunse da molto lontano e frantumò il sogno a occhi aperti di Joey. Non sapeva per quanto tempo fosse rimasto lì, immobile, paralizzato dallo choc, a stringere il biglietto di suo padre tremando, le lacrime che gli scorrevano sul viso. Esitante, si voltò e vide il ragazzo che gli aveva insegnato come scrivere la sua supplica. «Ascolti», disse il giovane, ponendogli affettuosamente un braccio sulle spalle, «non deve per forza dirmi di sì, ma tra poco sarà sabato, il sole è quasi tramontato. Le piacerebbe passarlo con me?»
Tre anni più tardi Joey era tornato alla sua religione ed era uno studente rabbinico a tempo pieno. «Penso che sia ora per te di sposarti», gli disse un giorno il rabbino capo. «Mia moglie ama trovare la persona giusta per tutti e sostiene di aver trovato la ragazza perfetta per te. Le ho raccontato di te e dice di essere convinta di aver trovato la tua anima gemella. Anche questa giovane, come te, è tornata al giudaismo dopo averlo abbandonato e studia alla scuola di mia moglie. Ti piacerebbe conoscerla? Vieni a cena a casa mia stasera.»
Quella sera, Joey entrò in casa del rabbino e venne accompagnato nella sala. Là, seduta sul divano, non c’era altri che il suo vecchio amore, Sarah. Si fissarono, sconvolti e rapiti, e Sarah sbatté le palpebre per ricacciare indietro le lacrime.
«Come... come è potuto succedere, Sarah?" chiese Joey sbalordito.
«Bè, dopo che ci siamo lasciati», rispose lei, «ho incominciato a visitare Israele. ‘Ormai sono qui, tanto vale che visiti il paese prima di tornare in India, mi sono detta. L’ho fatto, e mio malgrado mi sono innamorata di questa terra, della sua gente e... della sua religione. Un giorno qualcuno mi ha raccontato di una fantastica scuola femminile, ed eccomi qui!»
«Sarah, ho pensato così spesso a te in tutti questi anni...
«Bè, immagino che le nostre anime siano di nuovo in sintonia adesso», mormorò lei dolcemente e alzò gli occhi su di lui accogliendolo con un sorriso.