Lettera Nº 5: KARMA YOGA (1)

(Inviata il 18 febbraio 2000)

 

Carissimi,

parliamo ancora una volta di Yoga e precisamente dello Yoga dell’azione ovvero il <Karma Yoga>.

Agire con consapevolezza è il primo passo, agire con consapevolezza volta al Divino è il passo seguente.

Buon studio!

Marilù

Uno dei quattro «Marga» i segreti dello Yoga tradizionale

Sono così innumerevoli i mezzi offerti dallo yoga che realmente ogni essere umano ha la possibilità di trovare il linguaggio interiore più adatto alla propria natura. Nella strada spirituale dello yoga esistono differenti sentieri (marga): il KARMA YOGA, lo yoga dell’azione che porta a sviluppare l’attenzione e la consapevolezza dell’agire, il BHAKTI YOGA, lo yoga della devozione che canalizza le energie emotive e sentimentali, il JNANA YOGA, lo yoga della conoscenza che è il cammino che conduce la mente attraverso la riflessione e la speculazione alla realtà metafisica, il RAJA YOGA, lo yoga regale che rappresenta il compimento delle tecniche, il raggiungimento del dominio della mente.

Sono vie diverse, che pur avendo loro precise caratteristiche, ad un certo punto del percorso evolutivo in realtà perdono la loro specifica distinzione fino ad arrivare a completarsi vicendevolmente e a coincidere.

Tra essi il karma yoga è il cammino che conduce alla perfezione attraverso l’azione. Karma è il termine sanscrito che, oltre ad indicare gli effetti delle azioni passate in base al principio di causa ed effetto, significa letteralmente «azione». Ogni azione è karma. Nel karma yoga troviamo il principio secondo il quale è solo attraverso l’«agire consapevole» che l’uomo può andare oltre il mondo fenomenico.

È una strada non facile, è una sperimentazione pratica dell’agire nelle diverse circostanze che la vita pone di fronte, è un lavoro diretto sull’ego. Tutte le scritture e i grandi maestri lo esaltano come uno dei sentieri più sicuri per la realizzazione.

Dal momento che l’uomo non può astenersi dall’agire e qualsiasi momento della sua vita presuppone un’azione, con questo metodo si sfrutta la natura stessa dell’esistenza umana, l’azione intesa come mezzo e non come fine, in quanto la meta che ogni sentiero si prefigge è la «realizzazione della Coscienza».

Nessuno raggiunge lo stato dell’inazione evitando di compiere azioni. Nessuno raggiunge la perfezione rinunciando semplicemente all’azione”.

[Bhagavad Gita, III-4] (2)

L’azione è una necessità morale e materiale dell’uomo ma è anche un processo del Divino.

Senza azione il mondo non esisterebbe. Azione intesa come sacrificio, come atto di trasformazione continuo. Essendo il karma yoga un’attitudine spirituale, esso va a riguardare non solo il lavoro vero e proprio, ma ogni movimento e ogni atto dell’individuo sia esso fisico o mentale. Nel testo classico della Bhagavad Gita, in cui nelle parole di Krishna troviamo forti insegnamenti spirituali, il karma yoga viene definito in maniera molto significativa come «l’abilità nell’azione».

Applicare i principi del karma yoga significa infatti conoscere il segreto del lavoro, non sprecare inutilmente energia ma conservarla ed utilizzarla per propositi positivi, per il bene comune. Per realizzarlo è necessaria un’attenzione costante, condizione indispensabile per vagliare tutte le situazioni e le conseguenze che sono legate all’azione la quale deve essere compiuta al meglio delle possibilità.

Attraverso questa pratica può avvenire una reale purificazione e la mente viene preparata a recepire la luce della Conoscenza, il cuore si espande e si infrangono tutte le barriere che sorgono sulla strada dell’unità.

Compi le azioni che costituiscono il tuo sacro dovere, perché l’azione è migliore dell’inattività. Anche il semplice mantenimento del corpo sarebbe impossibile senza attività.

[Bhagavad Gita: III, 8]

Un’altra attitudine importante è il «NON ATTACCAMENTO AI FRUTTI DELL’AZIONE». Donare i propri servigi senza aspettative o gratificazione, servendo gli altri con umiltà e amore, lavorare senza scopi egoistici, in maniera disinteressata, servire il prossimo accresce spiritualmente poiché servire gli altri è servire Dio. Il lavoro inteso come servizio equivale a un atto di adorazione, a un atto di culto, non c’è alcuna differenza.

Secondo la visione indù l’uomo non possiede nulla di ciò che fa parte della manifestazione né le cose di cui egli dispone, come la casa, il denaro, gli indumenti, il cibo; egli deve usare ciò di cui ha bisogno con grande rispetto e riconoscenza verso Dio che glielo ha concesso.

Il karma yoga è una via maestra per raggiungere il DISTACCO e sentirsi pienamente in armonia, superando il senso di separazione che è il frutto dell’illusione creata dalla maya, il principio di velamento della Realtà.

Il distacco e il servizio disinteressato, patrimonio comune di tutte le religioni e le vie spirituali, dovrebbero essere applicati da ogni individuo, ma nella società attuale fondata sul concetto di individualità e possesso, e mossa perlopiù dai bisogni materiali, si è lontani anni luce da questa visione: l’azione è intesa come lavoro spesso svolto unicamente per il relativo compenso allo scopo di potersi assicurare il proprio benessere materiale, o per fini egoistici e ambizione.

L’uomo nelle sue opere dovrebbe essere padrone e non schiavo. Se si osserva la gente che lavora essa appare molto infelice proprio perché tutta l’attività muove da fini egoistici.

“La schiavitù dell’uomo è terribile. Questo mondo non è la nostra dimora, ma solo uno stadio attraverso cui stiamo passando. Agite come se foste uno straniero su questa terra, un viandante. Agite senza sosta ma con distacco. Lavorate in libertà! Lavorate con amore!”, così diceva Swami Vivekananda quando parlava nei suoi discorsi del lavoro e del karma yoga.

Anche se i facili e rapidi cambiamenti sono utopistici, il singolo individuo, però, nella sua personale ricerca, facendo propri i principi dello yoga e migliorando se stesso, può perfezionare il suo apporto alla collettività, il suo rapporto con gli altri e l’ambiente.

Compi dunque sempre le buone azioni materiali e le azioni spirituali senza attaccamento. Facendo tutte le azioni senza attaccamento, si ottiene il Supremo”.

[Bhagavad Gita: III, 19]

Il karma yoga è legato al concetto di «svadharma» (dharma personale).

Nel momento in cui si è consapevoli del ruolo che ci viene affidato dalla vita, cercando di assolverlo al meglio delle nostre possibilità, si viene a comprendere il valore del dovere. Compiere il proprio dovere coscientemente fa svolgere l’azione con serenità, senza conflitti.

Ognuno nel disegno divino, in base al karma già prodotto in questa vita e nelle esistenze precedenti, ha un ruolo specifico, idoneo al suo temperamento e soprattutto utile per fargli vivere quelle situazioni che lo faranno maturare spiritualmente.

È molto meglio adempiere al proprio compito correttamente che voler ricoprire il ruolo di un altro. Non ha importanza il tipo di lavoro.

Anche un lavoro umile può essere di grande importanza, se svolto con la giusta attitudine.

È meglio fare il proprio dovere (dharma), anche se in maniera imperfetta, che compiere bene il dovere di un altro. È meglio morire adenpiemdo ai propri doveri; perchè i doveri altrui sono pieni di paura e pericolo.

[Bhagavad Gita: III, 35]

Diceva Swami Sivananda ad un suo discepolo che nell’Ashram di Rishikesh svolgeva compito di tipografo:

‘Non ha importanza che tu facessi già il tipografo prima di arrivare nell’Ashram, quello che conta è che adesso lo stai facendo qui”.

L’azione svolta in armonia con le leggi etiche del dharma non può che essere un’azione buona e utile. Nella cultura hindù si dà una fondamentale importanza alle norme etiche che devono regolare l’agire e ogni aspetto della vita.

Abbandona a Me tutte le azioni! Privo di egoismo ed aspettative, con l’attenzione concentrata sull’anima e libero da questa febbrile preoccupazione, combatti la battaglia (dell’attività)!

[Bhagavad Gita: III, 30]

Nel grande insegnamento di Krishna ad Arjuna, in particolare nel loro rapporto guru-discepolo, sono contenuti tutti questi concetti che sono indispensabili nella «sadhana» [cammino, sentiero] yogica. Arjuna nel momento di agire e affrontare la battaglia del Kurukshetra [la battaglia contro le cattive tendenze] è tormentato dai dubbi: dover affrontare come avversari parenti e amici [le cattive tendenze convivono in noi con le buone tendenze, quindi sono nostri “parenti”] gli appare come una cosa ingiusta e dolorosa. Krishna, che rappresenta la Coscienza divina, lo fa riflettere e gli fa capire che agire combattendo (le cattive tendenze) fa parte del suo dharma, cioè del suo dovere di «kshatriya» (guerriero) e perciò non vi si può sottrarre.

Le due parti avverse in conflitto rappresentano simbolicamente la battaglia fra il bene e il male, lotta che si svolge costantemente nella mente e che va affrontata con forza e determinazione: le tendenze positive volte all’evoluzione spirituale devono sconfiggere le energie negative.

Nella società antica dell’India, l’assolvere il proprio dovere in base al proprio ruolo sociale e nell’ambito della famiglia favoriva il mantenimento del giusto equilibrio tra i ruoli dei vari individui nella collettività.

Idealmente i principi del karma yoga possono essere realizzati da chiunque e in ogni situazione, ma il contesto in cui essi diventano basilari è il luogo abitato da coloro che scelgono una strada spirituale, un monastero o un ashram. La vita di un ashram, infatti, come luogo per tradizione idoneo all’evoluzione dell’uomo, è basata sul karma yoga inteso come disciplina per liberare la mente del praticante dagli attaccamenti egoici portandola a concentrarsi nel lavoro disinteressato. È l’aspetto fondamentale della pratica che, se non viene coltivato e realizzato, a nulla vale l’esecuzione delle tecniche.

Non è possibile alcun progresso spirituale praticando unicamente tecniche di hatha yoga, esercizi di pranayama, meditazione. Le qualità che il karma yoga favorisce sono quelle che sostengono gli altri tipi di pratica: il distacco dal risultato, la discriminazione, il giusto sentimento (bhava) portano a uno stato naturale di meditazione.

Ogni istante del giorno deve essere vissuto con l’attitudine del karma yoga, in ogni istante è bene chiedersi se il gesto che si sta compiendo è per il bene di tutti o se soddisfa solamente l’egoismo. E, in questo modo, anche le difficoltà vengono affrontate con più consapevolezza, sapendo che portano sempre un grande insegnamento e fanno emergere la parte migliore di sé.

L’uomo, se è attento, apprende giornalmente attraverso sofferenza, privazione, dolore, alla condizione di non essere coinvolto. Mediante questa disciplina qualsiasi lavoro può essere svolto superando anche i propri limiti e nessuna difficoltà è tale da impedire di portarle a compimento. Ne consegue un rafforzamento della volontà, determinazione e coerenza all’azione.

La spinta ad agire nell’uomo è naturale. Dipende dalla sua natura e dalla sua volontà se l’azione è buona o negativa. In ogni caso essa ha un peso nel percorso dell’individuo, creando meriti e demeriti. Addirittura l’azione perfetta porta a non produrre più karma, anzi a eliminare quello passato.

Lo scopo finale del karma yoga è di condurre lo yogi alla realizzazione del «niskamakarma», “azione non condizionata dal desiderio”, e solo colui che percorre completamente questa via otterrà la Liberazione.

Realizza sempre senza attaccamento l’atto che deve essere compiuto perché davvero l’uomo, compiendo l’opera senza attaccamento, attinge alla Suprema Realtà”.

[Bhagavad Gita, III-I]

BIBLIOGRAFIA

§         (1) Articolo tratto da: Alpha Dimensione - Dic 1998 – Gitananda Ashram

§         (2) Bhagavad Gita - traduzione di Paramahansa Yogananda - Ed. Vidyananda