Lettera N° 11: La Dipendenza
(Inviata il 7 aprile 2000)
Carissimi amici,
riprendiamo la nostra crescita spirituale con i pensieri di J. Krishnamurti, gentilmente inviatici da Ernesto. Come potrete notare i temi trattati dal Maestro sono 4 (dipendenza, attaccamento, relazione e paura), tutti temi basilari per il nostro processo di crescita.
Invieremo le lettere riguardanti ciascun tema ogni settimana per un totale di 4 settimane.
Data la complessità dell’argomento, vi consigliamo di leggere un messaggio al giorno e di meditarci su. Siamo a vostra disposizione per rispondere ad eventuali domande sul tema trattato.
Ricordiamo che l’invio di tutto il materiale avviene a puro titolo informativo, perciò, nella lettura del materiale proposto da questa Mailing List, si dovrebbe fare quanto consigliato dalle Upanishad (poema Indù): “Accetta come verità solo ciò che fa appello al tuo cuore; lascia andare il resto, poiché a ciascuno spetta ciò che è suo ma nessuno può riceverlo fino a quando è pronto”; concetto, ripreso in modo diverso da San Paolo, quando dice: “Prova di tutto, ma tienti saldo a ciò che è buono”.
Buona lettura e buona meditazione!
Marilù
SOMMARIO:
§ Una mente libera è umile
§ La questione della dipendenza
§ Che cosa ci costringe a dipendere?
§ Essere profondamente consapevoli
§ La relazione
§ L'ego è bisogno di possedere
§ Sfruttare significa essere sfruttati
Avete mai affrontato a fondo la questione della dipendenza psicologica? Se lo farete, scoprirete che moltissimi di noi vivono in una tremenda solitudine. La maggior parte di noi possiede una mente ristretta, vuota.
Quasi tutti noi non sappiamo che cosa significhi amare. Oppressi da questa solitudine, da questa tremenda carenza interiore e dall’incapacità di vivere, ci attacchiamo a qualcosa. Ci attacchiamo alla famiglia e ne dipendiamo. E quando nostra moglie o nostro marito ci abbandonano, siamo rosi dalla gelosia. La gelosia non è amore. Ma noi consideriamo importante e degno di rispettabilità quel legame che si costituisce nella famiglia e che la società chiama amore. Questo è solo un modo per difenderci, un modo per fuggire da noi stessi. Ma qualsiasi forma di resistenza genera dipendenza e una mente che dipende non sarà mai libera.
Voi avete bisogno di essere liberi, perché solo così vi accorgerete che una mente libera possiede l’essenza dell’umiltà. Solo una mente libera, che quindi è umile, è capace di imparare. La mente che oppone resistenza non impara. Imparare non significa accumulare conoscenza. È qualcosa di straordinario imparare senza accumulare alcuna conoscenza. Quella che noi chiamiamo conoscenza, e che è relativamente facile da acquisire, ha sempre a che fare con qualcosa che conosciamo già; mentre imparare significa partire dal noto per andare verso l’ignoto. Questo è vero imparare.
*La questione della dipendenza*
Perché dipendiamo? Psicologicamente dipendiamo da una fede, da un sistema, da un’ideologia; chiediamo a qualcun altro come dobbiamo comportarci; cerchiamo dei maestri che ci offrano un modo di vivere da cui possiamo trarre un po’ di speranza, un po’ di felicità. Così la nostra ricerca di sicurezza ci costringe a dipendere. È possibile che la mente sia libera dal senso di dipendenza? Il che non significa che la mente debba mettersi a cercare l’indipendenza: questa sarebbe semplicemente una reazione al fatto che dipende. Non stiamo affatto parlando di indipendenza, di libertà da uno stato particolare. Se potremo lasciar perdere quella reazione che è il tentativo di liberarci da una particolare dipendenza, allora la nostra indagine potrà andare molto più in profondità...
Noi crediamo che dipendere sia una necessità, riteniamo che sia inevitabile.
Non mettiamo mai in questione il fatto che dipendiamo, non ci chiediamo mai perché ciascuno di noi cerca sempre di dipendere da qualcosa. Non è forse perché, in realtà, dentro di noi c’è una profonda esigenza di sicurezza, di continuità? Vorremmo che qualcuno ci liberasse dallo stato di confusione in cui ci troviamo. In definitiva, l’unica cosa che ci interessa è come fare a liberarci dallo stato in cui siamo. Ma per sottrarci alla condizione in cui siamo, siamo costretti a creare un’autorità, dalla quale dipendiamo. Quando la nostra sicurezza, il nostro benessere interiore dipendono da qualcun altro, sorgono tantissimi problemi, che noi poi cerchiamo di risolvere. Sono tutti i problemi dell’attaccamento. Ma noi non affrontiamo mai la questione della dipendenza in se stessa. Se affrontassimo sul serio, intelligentemente, questo problema, allora forse scopriremmo che il dipendere non risolve nulla: è solo un mezzo per fuggire da qualcosa di ben più profondo.
*Che cosa ci costringe a dipendere?*
Sappiamo di dipendere dalla nostra relazione con gli altri, sappiamo di dipendere da un’idea o da un modo di pensare. Perché? In realtà non penso che il problema sia la dipendenza; ritengo che ci sia qualcosa di ben più profondo che ci costringe a dipendere. Se riuscissimo a togliere di mezzo questa causa più profonda, allora sia la dipendenza, sia lo sforzo per esserne liberi perderebbero la loro importanza e tutti i problemi che sorgono dalla dipendenza sparirebbero. Che cos’è, allora, questa causa più profonda? Forse la mente teme e rifiuta disperatamente l’idea della solitudine? Ma che ne sa la mente di questo stato che vorrebbe evitare a tutti i costi? Finché questa solitudine non verrà percepita e capita a fondo, finché non verrà penetrata e dissolta, sarà inevitabile dipendere. E se non sarà possibile essere liberi, non sarà nemmeno possibile scoprire per conto proprio quello che è vero, quello che è l’essenza della religione.
*Essere profondamente consapevoli*
La dipendenza scatena una continua oscillazione tra attaccamento e distacco, che diventa un conflitto costante che sfugge alla nostra comprensione.
Dovete rendervi conto di quel processo che porta con sé attaccamento e dipendenza, dovete rendervene conto senza condannare, senza giudicare. Allora potrete cogliere il significato di questo conflitto tra gli opposti. Se ne sarete profondamente consapevoli, se userete intenzionalmente il vostro pensiero per capire a fondo l’esigenza di dipendere, la vostra mente conscia si aprirà e farà chiarezza su tutto questo. Allora il subconscio, con le sue pulsioni, le sue intenzioni, i suoi motivi nascosti, affiorerà al livello conscio. Quando questo accadrà, dovrete studiare e capire ogni cenno che provenga dal subconscio. Se farete così molte volte e diverrete consapevoli di quello che il subconscio proietta dopo aver affrontato a livello conscio il problema con la maggior chiarezza possibile, allora, anche se porterete la vostra attenzione su altri argomenti, il conscio e il subconscio lavoreranno insieme a risolvere il problema della dipendenza o qualsiasi altro problema. Questo accade perché si stabilisce una consapevolezza ininterrotta che, pazientemente, con grande delicatezza, genera integrazione, che a sua volta, se la vostra salute lo consente e la vostra dieta è quella giusta, condurrà alla pienezza dell’essere.
La relazione, che si basa sul bisogno di chiedere qualcosa, porta solo al conflitto. Tutti noi siamo reciprocamente interdipendenti, ma pretendiamo di usare gli altri per realizzare i nostri scopi particolari. E quando c’è un obiettivo da raggiungere, la relazione viene distrutta. Se io sfrutto voi e voi sfruttate me, non può esserci contatto tra noi. Una società che si basa sullo sfruttamento reciproco porta in sé l’essenza stessa della violenza. Quando sfruttiamo qualcuno, pensiamo solo a quello che vogliamo guadagnare e questo ci impedisce di essere in relazione, di essere in comunione. Lo sfruttamento di un’altra persona, per quanto possa essere vantaggioso e gratificante, porta sempre con sé la paura. Questa paura ci spinge a possedere sempre di più. E il possedere dà luogo all’invidia, al sospetto, a un conflitto costante. In una situazione simile non potrà mai esserci felicità.
Una società costruita esclusivamente per far fronte alle necessità, fisiologiche o psicologiche che siano, produce inevitabilmente conflitto, confusione, infelicità. La società è semplicemente la manifestazione delle nostre relazioni reciproche, nelle quali predominano il bisogno e lo sfruttamento. Se per far fronte alle vostre esigenze fisiche o psicologiche sfruttate gli altri, non potrete mai essere in relazione con loro. Non potrete mai essere in contatto, in comunione con coloro che state sfruttando. Come potreste essere in comunione con qualcuno che usate alla stregua di un mobile, perché così vi fa comodo? Per questo è estremamente importante capire il significato della relazione nella nostra vita quotidiana.
*L'ego è bisogno di possedere*
Il rinunciare o il sacrificarsi non sono affatto sintomi di una grandezza che valga la pena di apprezzare e imitare. Abbiamo bisogno di possedere qualcosa, altrimenti non siamo nulla. Ci sono vari modi di possedere. Si può non possedere nulla materialmente, pur rimanendo attaccati alla conoscenza o a qualche idea. Si può essere attaccati alla virtù, alla propria esperienza, al proprio nome, al fatto di essere famosi, e così via. L’io non può esistere senza possedere qualcosa. L’io consiste proprio nel possedere, dei mobili, la virtù, un nome. La paura di non essere niente spinge la mente ad attaccarsi a un nome, a un mobile, a un oggetto di valore; e sarà disposta ad abbandonare queste cose solo per salire più in alto, ad un livello superiore, in uno stato più rassicurante e soddisfacente. È la paura dell’incertezza, la paura di non essere niente, che dà luogo all’attaccamento, al bisogno di possedere. E quando quello che possediamo non ci soddisfa o ci fa soffrire, vi rinunciamo per attaccarci a qualcosa che ci piace di più. Il piacere supremo è la parola Dio, o, al suo posto, lo Stato.
Finché non siete disposti a essere niente - e in realtà voi non siete niente -, non farete altro che alimentare dolore e antagonismi.
Non si tratta di rinunciare, non si tratta di imporsi, interiormente o esteriormente, di essere niente; si tratta piuttosto di vedere la verità di quello che è. È la percezione della verità di quello che è che libera dalla paura dell’insicurezza. La paura genera attaccamento e ci illude di realizzare il distacco attraverso la rinuncia. La saggezza ha inizio dall’amore per quello che è. L’amore è condivisione, è comunione; invece il rinunciare e il sacrificarsi portano solo all’isolamento e all’illusione.
*Sfruttare significa essere sfruttati*
Siccome quasi tutti noi in un modo o nell’altro cerchiamo il potere, permettiamo che si stabilisca il principio della struttura gerarchica. Così esistono il novizio e l’iniziato, il discepolo e il maestro, e i vari livelli di crescita spirituale che consentono di classificare anche i maestri. Quasi tutti noi siamo disposti a sfruttare e ad essere sfruttati, e il sistema che abbiamo accettato ci consente di farlo, nascostamente o apertamente. Sfruttare significa essere sfruttati. Il desiderio di sfruttare gli altri per soddisfare le vostre esigenze psicologiche genera dipendenza; la dipendenza fa sorgere in voi il bisogno di possedere e diventate schiavi di quello che possedete. Senza le cose che possedete, senza dipendere da qualche persona o da qualche idea, vi sentireste vuoti, privi di qualsiasi importanza. Ma voi volete essere qualcosa e per sottrarvi alla paura di non essere niente, una paura che vi tortura, entrate a far parte di un’organizzazione, diventate seguaci di un’ideologia, andate in chiesa o al tempio. Così venite sfruttati e voi, a vostra volta, sfruttate altri.