Lettera N° 12: Il Distacco

(Inviata il 14 aprile 2000)

 

Carissimi amici,

riprendiamo la nostra crescita spirituale con i pensieri di J. Krishnamurti, gentilmente inviatici da Ernesto. Il tema affrontato questa settimana è l’attaccamento, punto focale nel nostro processo di crescita spirituale.

Vi consigliamo di non leggere i pensieri tutti in una volta, ma quotidianamente, poi rileggerli ancora e poi meditarli. Vi sarà così più facile penetrarne l’essenza.

Buona lettura!

Marilù

SOMMARIO:

§         Coltivando il distacco

§         Attaccamento è autoinganno

§         Affronta i fatti e vedi che cosa succede...

§         L’attaccamento è una fuga

§         Solitudine

§         Non importa che cosa desideriamo

* Coltivando il distacco *

Esiste solo l’attaccamento, non esiste il distacco. La mente si inventa il distacco nel momento in cui reagisce al dolore dell’attaccamento. Ma quando reagite all’attaccamento cercando il distacco, state semplicemente attaccandovi a qualcos’altro. Quindi esiste un unico processo che è attaccamento. Siete attaccati a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli, alle vostre idee, alla tradizione, all’autorità e così via; e reagite a questo attaccamento cercando di staccarvene. Coltivare il distacco è il risultato del dolore, della sofferenza. Volete sottrarvi al tormento dell’attaccamento e la vostra fuga consiste nel trovare qualcos’altro a cui pensate di potervi attaccare. Perciò avete sempre e soltanto a che fare con l’attaccamento ed è una mente stupida quella che cerca di coltivare il distacco. Tutti i libri vi dicono: “Siate distaccati”. Ma qual è la verità? Se osservate la vostra mente, vedrete una cosa straordinaria: coltivando il distacco, la vostra mente si sta solo attaccando a qualcos’altro.

* Attaccamento è autoinganno *

Noi siamo le cose che possediamo, siamo quello a cui siamo attaccati. L’attaccamento non è niente di nobile. L’attaccamento alla conoscenza è del tutto simile a qualsiasi altra forma di attaccamento che ci procura soddisfazione. A qualunque cosa si riferisca, dal più infimo al più alto livello, attaccamento significa chiudersi in se stessi. È un autoinganno, una fuga dal vuoto che ci portiamo dentro. Le cose a cui siamo attaccati, le proprietà, le persone, le idee, diventano estremamente importanti, perché riempiono quel vuoto e senza di esse il sé non c’è. La paura di non essere fa sorgere il desiderio di possedere. Ma la paura genera le illusioni e ci rende prigionieri delle nostre conclusioni. Quando diamo per scontate le conclusioni a cui siamo arrivati, concrete o astratte che siano, ci impediamo di fare uso dell’intelligenza e rinunciamo alla libertà, nella quale soltanto può manifestarsi la realtà. Senza quella libertà, l’astuzia viene scambiata per intelligenza. L’astuzia ha molti aspetti, che sono tutti complessi e distruttivi. Nel suo tentativo di proteggersi, l’astuzia genera l’attaccamento e poi si mette alla ricerca del distacco per il piacere che trova nell’orgoglio e nella vanità della rinuncia. Capire l’astuzia nei suoi molti modi di manifestarsi significa capire il sé. E questo è il principio dell’intelligenza.

* Affronta i fatti e vedi che cosa succede... *

Tutti conosciamo quel tremendo senso di solitudine nel quale né i libri né la religione servono più a niente, quando tutto quello che rimane dentro di noi è un vuoto spaventoso. La maggior parte di noi non riesce ad affrontare quel vuoto, quella solitudine; così fuggiamo e andiamo a cercare rifugio nella dipendenza da qualcosa, perché non possiamo sopportare di rimanere soli con noi stessi. Accendiamo la radio, leggiamo, parliamo, chiacchieriamo incessantemente occupandoci delle cose più diverse, dell’arte, della cultura. Ma arriva il momento nel quale non possiamo fare a meno di imbatterci in quel senso tremendo di isolamento. Anche se abbiamo un ottimo lavoro in cui tuffarci disperatamente, anche se ci mettiamo a scrivere libri, dentro di noi c’è questo vuoto tremendo. E siccome vogliamo riempirlo, ricorriamo alla dipendenza. Ci rifugiamo nella dipendenza, nei divertimenti, nella religione; facciamo dell’assistenza, ci diamo al bere, alle donne, facciamo di tutto per riempire quel vuoto.

Ma se ci rendiamo conto che qualunque cosa facciamo per riempirlo o per nasconderlo non serve assolutamente a nulla; se ce ne rendiamo conto non a parole e vediamo l’assurdità di quello che stiamo facendo, ... allora ci ritroviamo ad affrontare un fatto. Non è questione di liberarsi dalla dipendenza. Il fatto non è la dipendenza; la dipendenza è solo una reazione a un fatto... Perché allora non affronto il fatto e sto a vedere che cosa succede?

A questo punto sorge il problema dell’osservatore e dell’osservato. L’osservatore dice:

“Mi sento completamente vuoto; non lo sopporto” e fugge da questa sensazione. L’osservatore dice: 1° sono diverso da questo vuoto”. Mentre invece l’osservatore è proprio questo vuoto; non c’è un osservatore che sta vedendo quel vuoto. L’osservatore è l’osservato. Quando questo accade, avviene una rivoluzione tremenda nella mente e nel cuore.

* L'attaccamento è una fuga *

Cercate semplicemente di rendervi conto del vostro condizionamento. Lo potete percepire solo indirettamente, collegato a qualcosa. Non potete rendervene conto in astratto, non avrebbe molto significato. Possiamo solo essere consapevoli del conflitto. Il conflitto affiora quando non c’è corrispondenza tra una sfida e la risposta che essa richiede. E conflitto è il prodotto del nostro condizionamento. Condizionamento significa attaccamento: attaccamento al nostro lavoro, alla tradizione, a quello che possediamo, alle persone, alle idee e così via. Se non ci fossero attaccamenti, dove andrebbe a finire il condizionamento? Certamente non potrebbe esserci. Allora perché ci attacchiamo a qualcosa? Sono legato al mio paese, perché identificandomi con la mia patria mi sento qualcuno. Mi identifico col mio lavoro, così il lavoro diventa importante.

Io sono la mia famiglia, sono quello che possiedo. Mi attacco a queste cose e quello a cui mi attacco mi offre la possibilità di fuggire da quel vuoto tremendo che sento dentro di me. L'attaccamento è una fuga e questa fuga rafforza il condizionamento.

* Solitudine *

C’è una solitudine che non ha nulla di filosofico, ma che implica uno stato interiore di rivolta contro l’intera struttura della società che, in qualunque forma si manifesti, democratica, comunista o fascista, è l’organizzazione del potere in tutta la sua brutalità. Quello stato interiore comporta una straordinaria percezione degli effetti del potere. Avete mai osservato i soldati durante una parata militare? Non sono più esseri umani, sono macchine; sono i vostri figli, sono i miei figli che stanno lì, impettiti sotto il sole. E questo accade dovunque, in America come in Russia. Questa situazione non riguarda soltanto i militari, ma anche tutti gli appartenenti a un ordine monastico, quelli che vivono nei monasteri o che fanno parte di gruppi in cui si concentra un immenso potere. Solo una mente che non appartiene a nulla può scoprire quella solitudine, una solitudine che nessuno potrà mai coltivare. Capite? Rendervene conto significa mettervi fuori gioco e nessun uomo di governo, nessun presidente vi inviterà mai a pranzo. In quella solitudine affiora l’umiltà. È una solitudine che conosce l’amore, non il potere. L’uomo ambizioso, che sia religioso o no, non saprà mai che cos’è l’amore. Chi si rende conto di tutto questo possiede la capacità di vivere e di agire nella totalità. Questa qualità affiora attraverso la conoscenza di noi stessi.

* Non importa che cosa desideriamo *

Per evitare di soffrire coltiviamo il distacco. Qualcuno ci ha detto che l’attaccamento prima o poi ci farà soffrire e allora vorremmo essere distaccati. L’attaccamento ci dà soddisfazione, ma quando ci accorgiamo che comporta anche sofferenza, cerchiamo soddisfazione nel tentare di essere distaccati. Ma non c’è differenza tra attaccamento e distacco, perché per noi rimangono entrambi mezzi per procurarci piacere. In realtà quello che stiamo cercando è soltanto la nostra soddisfazione e la vogliamo a tutti i costi.

Accettiamo la dipendenza e l’attaccamento perché ci danno piacere, sicurezza, potere, un senso di benessere; anche se inevitabilmente comportano dolore e paura. E quando cerchiamo il distacco, siamo ancora in cerca di piacere, perché non vogliamo essere offesi o feriti interiormente. Quello che cerchiamo è il piacere, è la nostra soddisfazione. Dovremmo capire questo processo senza condannarlo, senza giustificarlo, altrimenti non avremo modo di uscire dalla confusione e dalle nostre contraddizioni. Il desiderio che ci assilla in continuazione potrà mai essere soddisfatto? O è un pozzo senza fondo? Non importa che cosa desideriamo; quello che desideriamo può essere infimo o elevato, ma si tratta pur sempre di desiderio, un fuoco che brucia e riduce in cenere tutto quello che tocca. Il desiderio di soddisfazione è sempre lì, arde in continuazione, ci brucia dentro e non ha fine. Tanto l’attaccamento quanto il distacco ci legano; entrambi devono essere trascesi.

* Un'intensità libera da qualsiasi attaccamento *

La passione che non ha alcuna causa possiede un’intensità libera da qualsiasi attaccamento. Quando invece la passione ha una causa, c’è attaccamento, e l’attaccamento è il principio del dolore. La maggior parte di noi si attacca a qualcosa, a una persona, a un paese, a una fede, a un’idea. E quando quello a cui siamo attaccati ci viene tolto o perde il suo significato, ci sentiamo inconsistenti e vuoti. Questo vuoto cerchiamo di colmarlo aggrappandoci a qualcos’altro, che diventa così il nuovo oggetto della nostra passione.