Lettera Nº 17: Il Castello interiore
(Inviata il 20 maggio 2000)
Carissimi amici,
spero di farvi cosa gradita inviando in lista un libro bellissimo e altamente spirituale. ne invierò un capitolo ogni venerdì, per darvi modo di poterlo leggere tranquillamente il fine settimana. Si tratta de “Il Castello interiore” di Santa Teresa di Avila.
In questa lettera troverete la presentazione e l’introduzione.
Vi auguro buona lettura.
Pace e bene!
Marilù
Giovanna della Croce.
TERESA D'AVILA - IL CASTELLO INTERIORE
Introduzioni di
Carolyn Humphreys
Traduzione di Letizia
Falzone.
PRESENTAZIONE.
Si è scritto molto su santa Teresa d’Avila: conosciamo la sua vita, le sue opere e la sua dottrina, ma la sua esperienza mistica può essere ancora interrogata per dirci qualcosa del suo itinerario spirituale così profondamente immerso nei misteri della fede.
Nessuno è in grado di parlare adeguatamente di Dio, e il mistico meno ancora degli altri. Anche Teresa ha sempre avvertito tale inadeguatezza. Costata, anzi, che essa cresce insieme con la vita interiore e le mancano parole adatte per esprimere con chiarezza le meravigliose opere di Dio nell’anima. Fa veramente fatica a parlarne, e solo costretta dall’obbedienza inizia a scrivere “Il castello interiore”, l’opera più matura, più sistematica di tutti i suoi scritti, più trasparente nei pensieri e nello sviluppo dei medesimi.
“Il castello interiore” non è uno scritto autobiografico, come “Il Libro della mia vita”, nel quale Teresa aveva già svolto lo stesso argomento. Non è un resoconto di grazie mistiche, anche se subito all’inizio ella si rifà a una delle esperienze interiori più significative della sua vita: la straordinaria visione dell’anima come un castello fatto di un solo diamante con molte dimore. La visione le ha indubbiamente ispirato la struttura del libro e forse anche suggerito di sfruttare l’allegoria del castello-anima, addensando attorno ad essa i suoi pensieri. Ma Teresa non presenta questa immagine allegorica per raccontare un’esperienza da lei vissuta, bensì per utilizzarla per un insegnamento spirituale che intende offrire alle sue figlie carmelitane, procedendo in modo personale, quasi a mo di dialogo, senza ricorrere a fonti letterarie, con frequenti ma velati riferimenti a se stessa.
Teresa si serve dell’allegoria del castello non soltanto per la struttura architettonica del libro, ma anche per il suo contenuto e la sua nervatura interna. Balzano all’occhio tre pensieri fondamentali che emergono con sempre nuova forza e insistenza in tutta l’opera: la presenza di Dio nell’anima, l’orazione come cammino verso Dio, l’unione con Dio, meta della vita interiore.
Dio dimora in noi, nel centro di noi stessi, e il nostro cammino interiore non è tanto un andare verso Dio, ma un incontrarsi con lui nel nostro più profondo centro. È un avvicinarsi a Dio come a una persona con la quale si entra in rapporto diretto per mezzo di un crescente movimento di interiorizzazione.
Questo movimento si identifica in Teresa con tutta la vita di orazione: nella misura in cui l’anima si addentra nel castello per mezzo dell’orazione, andrà diminuendo in lei l’influsso esterno e si sveglieranno nuovi dinamismi interiori o atteggiamenti passivi che consentiranno l’unione con Dio.
Quest’unione si avvera già in forma semplice al primo incontro con Dio e, attraverso il graduale avvicinamento a Dio, diventa sempre più piena, più trasformante.
Nella cornice dell’allegoria del castello, l’anima si mette in viaggio verso il suo centro dove spera e desidera celebrare l’unione con Dio. È un viaggio che significa un progredire di dimora in dimora, un lungo e difficile salire dalla prima fino alla settima dimora dove abita il Re del castello, cioè Dio.
Ogni dimora è fatta di una o più stanze - approfondimento della percezione di Dio o passi avanti sul cammino dell’interiorizzazione - di modo che l’anima si muove attraverso se stessa verso il suo centro, verso l’unione d’amore con Dio.
Il castello interiore tratta dunque di un viaggio spirituale, dinamico e vitale, che siamo invitati a fare tutti noi, laici e religiosi. È un “santo viaggio” esposto a molti rischi che rendono ardua la meta. Richiede infatti che il “pellegrino” si azzardi su percorsi sconosciuti, lungo i quali gli può capitare di smarrirsi, anche se l’irradiamento di luce e di calore divino, della grazia del Signore presente dentro di noi ci sostiene nelle fatiche.
Il testo di Teresa è preceduto da un’introduzione a ogni dimora. L’autrice di queste introduzioni, una carmelitana laica della California, presenta una interpretazione incoraggiante e adeguata alle esigenze sia del lettore che vive nel frastuono del mondo moderno, sia di chi è in un monastero del ventesimo secolo. Non si tratta di un commento “tradizionale” ma di un viaggio “contemporaneo”, una vera avventura di fede e di amore Le parole della grande mistica, poi, invitano il lettore a un confronto, a un approfondimento, all’applicazione personale del “qui e ora”, per me.
GIOVANNA DELLA CROCE.
INTRODUZIONE
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un rinnovato interesse per il viaggio spirituale. I classici spirituali hanno trovato nuovi lettori e ci si è sforzati di dar loro un’interpretazione alla luce dei tempi moderni. Ci sono stati gruppi di lavoro, seminari e centri istituiti per promuovere l’unità e l’evoluzione del corpo, della mente e dello spirito. Sembra essersi verificato uno spostamento dalla ricerca di una realizzazione esteriore alla introspezione per raggiungere l’illuminazione interiore.
Le profonde aspirazioni dello spirito interiore cercano un riconoscimento. C’è il desiderio di una soddisfazione che garantisca la vera pace del cuore.
Il viaggio spirituale è il viaggio più antico e lungo che l’umanità conosca. Ha affascinato e coinvolto culture nei secoli. Esperienze spirituali interiori si riscontrano in tutte le tradizioni religiose di tutto il mondo. Con la venuta del Cristo incarnato è nato il viaggio spirituale cristiano.
L’evoluzione di questo viaggio spirituale ha avuto inizio durante l’era paleocristiana. Gradualmente, i maestri spirituali definirono e svilupparono vari stadi di crescita spirituale. Nel quarto secolo un Padre della Chiesa orientale, Gregorio di Nissa, fece da pioniere nel definire la progressione in questo viaggio. Fu salutato come un pensatore spirituale militante e sviluppò le proprie idee leggendo le Scritture partendo dal contesto della spiritualità presente nei passaggi della vita di ciascuno. Il suo principale contributo fu il concetto di una progressione nella vita spirituale. Introdusse l’idea degli stadi e concepì la vita spirituale come un continuo processo di crescita. Basò la sua concezione sul tema di Paolo del protendersi al futuro:
“Dimentico del passato e proteso verso il futuro” (Fil 3,13).
Sant’Agostino, padre della Chiesa occidentale, è noto per aver sviluppato ulteriormente questo tema dando ai vari stadi nomi e descrizioni. Il primo stadio era la via purgativa. Durante questo stadio la principale preoccupazione dell’interessato era la consapevolezza del proprio peccato, il dolore per il peccato stesso e il desiderio di fare ammenda perché‚ si è offeso Dio.
Il secondo stadio era la via illuminativa. La sua caratteristica principale era l’illuminazione della mente sulle vie di Dio e una migliore comprensione della volontà divina nella propria vita, pur nella varietà delle condizioni. Il terzo stadio, quello finale, era la via unitiva. Qui c’era la consapevolezza costante di essere alla presenza di Dio; e l’individuo cerca, nell’amore, di conformare la propria volontà al volere divino.
Nel sedicesimo secolo, Teresa d’Avila portò questi stadi da tre a sette e li sviluppò nel libro intitolato “Il castello interiore”.
Prima di immergerci nel Castello interiore, consideriamo la vita spirituale e la sua evoluzione come sono concepite oggi. È importante non vedere lo sviluppo spirituale come un’entità separata e distinta, divisa da tutte le altre aree di sviluppo presenti nella propria esistenza. La vita spirituale non può essere disgiunta dalla persona e osservata come una forma di crescita a sé stante. Il viaggio spirituale è la presa di coscienza della parte più importante di un essere umano pienamente integrato. Questo viaggio collega l’individuo con il Dio infinito, influenzando ogni aspetto e attività della sua esistenza, e continua oltre la morte. Tuttavia non può esistere da solo né crescere autonomamente. Per fare un esempio, confrontiamo lo sviluppo sessuale, il nostro sviluppo come uomini e donne, con lo sviluppo spirituale.
Se la sessualità di un individuo è ignorata, la sua spiritualità può deteriorarsi o esserne distorta. Un alto grado di sviluppo spirituale non è compatibile con uno sviluppo sessuale bloccato a uno stadio immaturo. Una persona non può essere spiritualmente vitale se si trova in uno stato di distacco asessuato che funge da scudo protettivo di fronte al dare e prendere della vita. Anche la preoccupazione per la propria sessualità può interferire con la crescita spirituale dell’individuo o renderla impossibile. La parola chiave qui è integrazione.
Una persona non è composta da settori che si sviluppano separatamente, ciascuno dei quali ha un proprio tasso di crescita indipendente ed evolve isolatamente, a prescindere dalle altre aree di sviluppo. Possiamo illustrare più dettagliatamente questo concetto osservando la crescita e l’integrazione di un settore dello sviluppo noto come sviluppo fisico.
Lo sviluppo fisico dipende dalla crescita e dall’interazione di vari sistemi del nostro organismo. Un sistema è un gruppo organizzato di strutture o organi collegati che svolgono certe funzioni.
Il nostro corpo racchiude nove sistemi principali. Il sistema scheletrico sostiene il corpo. Il sistema muscolare permette al corpo innumerevoli movimenti. Il sistema nervoso controlla, coordina e integra una miriade di attività che hanno luogo all’interno del corpo: è l’organizzatore e il comunicatore di tutti i sistemi. Il sistema endocrino governa gli ormoni, che sono i principali regolatori del metabolismo, della crescita, dello sviluppo, della riproduzione e delle reazioni allo stress. La funzione primaria del sistema circolatorio è il trasporto del sangue. Il sistema respiratorio rende possibile al sangue scambiare l’anidride carbonica con l’ossigeno; è la linea di rifornimento vitale dell’organismo. Il sistema digestivo prepara il cibo perché‚ possa essere assorbito e utilizzato da milioni di cellule e libera il corpo dagli scarti della digestione. Il sistema urinario produce l’urina e la elimina dal corpo, mentre il sistema riproduttivo genera nuova vita.
Ogni sistema dipende dagli altri per il proprio funzionamento. Come sarebbero le ossa senza i muscoli? Inerti. Come sarebbero gli organi digestivi senza il tratto urinario? Avvelenati. Come sarebbe il sistema circolatorio senza l’ossigeno? Asfissiato. Dove saremmo tutti noi senza il sistema endocrino e quello riproduttivo? Non esisteremmo.
Possiamo quindi vedere che nessun sistema è a sé stante. Lo stesso vale per le varie aree di sviluppo. Lo sviluppo cognitivo, fisico, psicologico, emozionale, sociale, sessuale ‚ spirituale di una persona possono essere considerati separatamente nello studio accademico, ma all’interno di un essere vivente vanno presi in considerazione come un tutto unico. È necessario un accordo armonioso di corpo, mente e spirito.
Le disfunzioni si verificano se c’è un’accelerazione, un ritardo o la negazione di una o più aree di sviluppo.
La persona umana è un essere olistico, globale, che mira a mettere a frutto il proprio intero potenziale. L’olismo ci dice che le persone umane hanno una realtà e un’esistenza maggiori della somma delle loro parti. Tuttavia il desiderio di andare oltre se stessi non può affermarsi quando esiste una grande differenziazione tra i livelli di maturazione dei propri stadi evolutivi.
Poiché il viaggio spirituale va oltre l’io, sono necessarie l’integrazione e l’unità di tutte le aree di sviluppo per mantenere all’interno atteggiamenti sani. Tutte le dimensioni di una persona sono motivate in un modo o nell’altro durante il viaggio spirituale. Per quanto si possa essere dediti al perseguimento della spiritualità, quest’area non può giungere a piena maturazione da sola.
Il viaggio spirituale è un processo lento, né può essere accelerato. Non si può acquistare un biglietto per una visita rapida al castello interiore. Il viaggio spirituale esigerà che si prendano le distanze da quegli atteggiamenti culturali e personali che dettano valori, principi e il modo di spendere il proprio tempo e le proprie energie, se questi atteggiamenti sono contrari all’amore di Dio.
Il viaggio spirituale non è fonte di salute, ricchezza, saggezza, conforto psicologico o prestigio sociale. Non è un manto protettivo che fornisce tutte le risposte o mette al riparo dai problemi della vita.
Intraprendere un’avventura spirituale non può essere qualcosa a cui dedicare tutto il proprio tempo e le proprie energie, non può essere una questione di vita o di morte. È necessario lasciare spazio alle attività quotidiane, al lavoro, al riposo, a hobby rilassanti, agli interessi personali e ad altre componenti che creano una giornata equilibrata. Canalizzare tutti gli sforzi nella ricerca della sfera spirituale non farebbe che portare a uno stile di vita sbilanciato, che sfocia nel fanatismo.
Il viaggio spirituale nel castello interiore è ricco e profondo. La visione spirituale che il castello riflette è radicata nella bellezza della tradizione del Carmelo. Per comprendere la profondità e l’estensione di tale bellezza esaminiamo brevemente alcuni attributi del carisma carmelitano.
La preghiera è il punto focale del Carmelo. È una preghiera priva di fronzoli.
È la semplice preghiera di Gesù quando si alzava presto al mattino e si recava in un luogo deserto a pregare. È la preghiera su cui si indugia quando ci si chiude in una stanza e si prega Dio in segreto. È la preghiera che sgorga dal cuore; con essa una persona penetra nel proprio intimo da dove si riversa per unirsi con il centro di Dio che attende nel più profondo. Quando una persona intende impegnarsi seriamente nella preghiera, non ci sono scuse per la mancanza di tempo per pregare.
La preghiera non è mai un dovere o un obbligo. È il modo in cui l’individuo costruisce un rapporto d’amore con Dio.
Per il carmelitano, la preghiera contemplativa è al centro di ogni cosa. La contemplazione non è un qualcosa di estraneo, o macabro. Non ha nulla a che fare con esseri eterei, con volti dall’espressione perpetuamente celestiale, angeli vaporosi, levitazioni durature, spiriti supersonici, o qualsiasi altro strano fenomeno che possa venirci in mente.
La contemplazione non è strana come sembra. Nell’accezione secolare, la contemplazione ha luogo quando i pensieri divengono intuizioni. Non c’è consapevolezza del passare del tempo, né del proprio ambiente presente. Quando una persona vede o considera tutto con grande attenzione abbiamo la contemplazione. Ciò è evidente quando si osserva un’opera d’arte, o la maestà di una meraviglia naturale come il Grand Canyon, il parco del Gran Paradiso o le foreste di sequoie. Può verificarsi anche a un concerto o un balletto.
Nel contesto secolare, la contemplazione considera l’evento in sé, o l’elemento umano interessato alla creazione dell’evento stesso.
La contemplazione spirituale completa la contemplazione secolare. In senso spirituale, è la riflessione su di una persona, un luogo o una cosa, che poi dirige il cuore e la mente verso Dio.
Contemplare è essere consapevoli della presenza divina in ogni cosa. È un atteggiamento caratterizzato dal superamento di ogni etichetta, dal vivere qui e ora, e dallo svolgere dei compiti per se stessi piuttosto che come mezzi in vista di un altro. Per illustrare questo concetto, consideriamo l’attività che imbucare una lettera comporta. Quando andiamo oltre le etichette, ci liberiamo dalla tendenza di dividere in categorie ogni persona, luogo o cosa che incontriamo sul nostro cammino verso la buca delle lettere. Non ci sono stereotipi, ma solo il piacere di sperimentare i doni della creazione.
Se camminiamo qui e ora, non riflettiamo sui fatti di ieri, né sui problemi di domani. Sperimentiamo la gioia del momento presente. Se eseguiamo il compito di per sé, non ci preoccupiamo di ciò che è stato scritto e di imbucare la lettera prima della levata. Siamo invece colmi di meraviglia per il modo in cui il nostro corpo si muove mentre camminiamo. La diversa pressione sotto la pianta del piede quando il terreno cambia dai prati in pendio, alle foglie che si sbriciolano, al duro asfalto, ci dà una maggiore sensazione di equilibrio. Il quieto ritmo dei nostri passi ha una cadenza gentile. Un venticello fresco e leggero ci accarezza il volto.
I compiti svolti nella realtà presente dovrebbero essere veicoli di una crescita della nostra fede, speranza e carità. La contemplazione viaggia sotto la superficie delle cose familiari e trova apprezzamento nei tesori nascosti della vita di ogni giorno.
Cresciamo nella contemplazione così come cresciamo nella nostra recettività a tutto. La contemplazione è un modo di amare e di essere che trascende l’ovvio valore delle cose. I momenti di preghiera contemplativa sono spesso imprevisti e sperimentati a diversi livelli. Questi momenti di grazia conferiscono profondità a un’attività o riflessione normale, di routine. Rimaniamo incantati e perduti nella luce magica del momento.
Tutto è abbracciato come una cosa sola con il Solo.
A ciò si aggiunge un’unità interiore. La preghiera contemplativa è un semplice, godibile, intuitivo e profondo riposo nella bellezza di Dio che è presente in tutto il creato. Il carmelitano è particolarmente a suo agio quando coltiva l’arte della preghiera contemplativa. La contemplazione spirituale scopre l’interezza personale nella misteriosa completezza di Dio.
Il silenzio è un altro importante carisma del Carmelo. “Taci e sappi che io sono Dio” (Sal 46,11), canta il salmista. “La tua forza risiederà nel silenzio e nella speranza”. La buona preghiera inizia nel silenzio. La quiete interiore porta all’attenzione per Dio. Con silenzio non s’intende qui la pura assenza di suoni né l’immobilità fisica. Sono entrambe utili e necessarie, ma il nocciolo del silenzio sta nella serenità del cuore e della mente. Ciò consente una profonda comunicazione con Dio.
Una mente serena implica l’abbandono di desideri, obiettivi, programmi, parole, concetti, voci, preoccupazioni, lavori da portare a termine e altre occupazioni che possono ingombrare la mente nella preghiera. Tutti questi elementi bloccano la comunicazione con Dio.
Una mente quieta nella preghiera fluisce in un cuore silenzioso che trabocca nelle parole e nelle azioni al di fuori della preghiera. Per il carmelitano il silenzio durante la preghiera è un modo naturale di pregare.
La solitudine va mano nella mano con il silenzio. La solitudine è genuina se l’individuo si allontana dalla gente per essere intimamente unito a Dio nella preghiera. La solitudine non è fuga né isolamento. La solitudine è concepita come un’opportunità. È il momento per stare soli con Dio solo. È lo spazio per scoprire la vastità della sfera spirituale. È il luogo in cui alla contemplazione religiosa è dato di crescere e svilupparsi.
Teresa si aspetta che chiunque desideri comprendere e vivere il carisma carmelitano sia audace nell’amore, sia pronto ad assumersi rischi e non abbia timore di apparire stolto. Queste aspettative discendono dalle radici stesse del Carmelo, che affondano nell’Antico Testamento. Lo spirito profetico del Carmelo è incentrato intorno a Elia. Come per questo profeta, la vita, le azioni e le parole del carmelitano sono segni di Dio a tutta l’umanità.
Come per Elia, la vita del carmelitano è una continua ricerca di Dio, una sfida costante all’intera persona.
Maria accompagna il carmelitano nella sua ricerca di Dio. È lei che lo conduce sempre più in profondità nel mistero di Cristo. Maria visse nel mistero. Visse la volontà divina senza comprenderla appieno. Visse nella fede. La sua vita fu uno struggente atto d’amore. In unione con Maria, il carmelitano vive e canta il suo vespro come un cantico di lode a Dio.
La vita del carmelitano è come un grande fiume che scorre verso Dio. Possiamo vedere il carmelitano sulla superficie del fiume, dove si svolgono tutte le attività. Ci sono i rimorchiatori del lavoro, le chiatte degli spazzini, le barche a motore del sacerdozio, le barche a remi della ricreazione, le barche a vapore delle opere di manutenzione e le zattere del riposo e del rilassamento. Tuttavia il carmelitano dimora essenzialmente sul fondo del fiume. Qui, nella sua calma profondità, Dio esiste nella fede, nell’amore e nella fiducia. È qui che il carmelitano si reca dopo aver portato a termine le sue attività in superficie. Qui si riposa semplicemente e dolcemente in Dio, immergendosi nel vero significato e mistero della vita.
Possiamo quindi vedere che la spiritualità carmelitana non è un rapido viaggio da un punto A a un lontano punto B per mezzo di un vettore spirituale. Non è una trascendenza da sé in una realtà cosmica definitiva. Non è una progressione rigida, sistematica, tediosa e lenta, di eventi che portano una persona al centro della consapevolezza suprema. La spiritualità carmelitana si basa su e fluisce da un’intima unione con il Dio insito nel carmelitano stesso. L’obiettivo della vita spirituale, per il carmelitano, è l’unione con Dio attraverso l’amore e la preghiera.
La presenza divina enfatizzata dal carmelitano è quella all’interno della persona. Dio nel proprio intimo. La Trinità che dimora nel più profondo. La vita spirituale del carmelitano è una vita interiore forte e valida. È l’esperienza di Dio, fatta d’amore e preghiera, nel più profondo di se stessi.
(segue)