Lettera Nº 19: Il Castello interiore
(Inviata il 2 giugno 2000)
Giovanna della Croce.
TERESA D'AVILA - IL
CASTELLO INTERIORE
Introduzioni di
Carolyn Humphreys
Traduzione di Letizia
Falzone.
PROLOGO
1. Poche cose impostemi dall’obbedienza mi sono riuscite così difficili come adesso quella di scrivere dell’orazione, sia perché non mi sembra che il Signore mi dia spirito né desiderio di farlo, sia perché da tre mesi ho la testa così intronata e debole da scrivere con fatica anche per affari d’obbligo. Ma ritenendo che la forza dell’obbedienza suole appianare cose all’apparenza impossibili, mi decido a farlo con molto buon volere e fervore, anche se per natura mi sembra di soffrirne, perché il Signore non mi ha dato tanta virtù da poter lottare con le continue infermità e con occupazioni di ogni genere senza provarne una viva contrarietà. Ci pensi colui che ha fatto cose ben più difficili in mio favore e nella cui misericordia confido.
2. Penso, però, che saprò aggiungere ben poco a quanto ho detto in altri scritti che mi furono ordinati, anzi temo che in gran parte mi ripeterò, perché io sono esattamente come gli uccelli a cui si insegna a parlare, che non sanno più di quanto è stato loro insegnato o che odono, e non fanno altro che ripeterlo molte volte. Se il Signore vorrà ch’io dica qualcosa di nuovo, Sua Maestà me ne farà dono o si accontenterà di richiamarmi alla memoria ciò che ho detto altre volte; mi contenterei anche di questo, avendo una così cattiva memoria che sarei lieta d’imbroccare certe cose che, a quanto pare, erano ben dette, nel caso che fossero andate perdute. Ma nel caso che il Signore non voglia concedermi neanche questo, il fatto di stancarmi e di far aumentare il mal di testa per obbedienza, mi sarà di guadagno, anche se nessuno trarrà alcun vantaggio da ciò che dirò.
3. E così comincio tale obbedienza oggi, giorno della Santissima Trinità dell’anno 1577, in questo monastero di san Giuseppe del Carmine, a Toledo, dove sto attualmente, sottomettendomi in tutto quel che dirò al giudizio di coloro che mi hanno dato l’ordine di scrivere, tutte persone di grande dottrina.
4. Se dicessi qualche cosa che non fosse conforme a quanto insegna la santa Chiesa cattolica romana, sarà per ignoranza e non per malizia. Questo può ritenersi senza dubbio alcuno, poiché, per la bontà di Dio, sono, sarò e sono stata sempre soggetta ad essa. Sia egli sempre benedetto e glorificato! Amen.
5. Chi mi ordinò di scrivere mi disse che le monache di questi monasteri di nostra Signora del Carmelo avevano bisogno di chi chiarisse loro certi dubbi circa l’orazione e, sembrandogli che le donne intendono meglio il linguaggio di un’altra donna, sarebbe stato più adatto per loro, specialmente a causa dell’amore che mi portano, ciò che potevo dire io. È chiaro che per questa ragione sarà di qualche importanza riuscire a dire qualcosa; pertanto, scrivendo, mi rivolgerò solo ad esse. E poiché mi sembra una follia pensare di poter essere utile ad altre persone, gran mercé mi farà nostro Signore se qualcuna delle mie consorelle se ne gioverà per lodarlo un po’ di più. Sua Maestà sa bene che io non pretendo altro; ed è evidente che, qualora riesca a dire qualcosa, capiranno che non è farina del mio sacco, non essendoci in me tale capacità, a meno che non abbiano così poca intelligenza come io ho poca abilità per simili cose, se il Signore, nella sua misericordia, non me la dà.
CAPITOLO I
Tratta della bellezza e della dignità della nostra anima. Stabilisce un paragone per farle capire e dice il vantaggio che si trae dall’intenderle e dal conoscere le grazie che si ricevono da Dio, e come la porta di questo castello sia l’orazione.
1. Mentre oggi stavo supplicando il Signore di parlare in mia vece, perché non riuscivo a dir nulla né sapevo in che modo cominciare a compiere l’obbedienza impostami, mi venne in mente ciò che ora dirò, per iniziare la trattazione con un certo fondamento: cioè che possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un solo diamante o di un tersissimo cristallo, dove sono molte dimore, come molte ve ne sono in cielo. Infatti, se ci riflettiamo bene, sorelle, l’anima del giusto non è altro che un paradiso dove il Signore dice di avere le sue delizie. Allora, come pensate che sarà l’abitazione dove trova il suo diletto un Re così potente, così saggio, così puro, così ricco di tutti i beni? Io non vedo nulla a cui paragonare la grande bellezza di un’anima e la sua immensa capacità e in verità il nostro intelletto, per acuto che sia, difficilmente arriverà a comprenderla, al modo stesso in cui non può arrivare a comprendere Dio, poiché siamo stati creati a sua immagine e somiglianza, come dice lui stesso.
Se, dunque, è così, come lo è in realtà, non c’è ragione di affaticarsi a desiderare di capire la bellezza di questo castello. Infatti, anche se tra il castello e Dio c’è tutta la differenza che intercorre tra il Creatore e la creatura, trattandosi di cosa creata, basta che Sua Maestà dica d’averla fatta a sua immagine, perché possiamo, pur a stento, capire qualcosa della gran dignità e bellezza dell’anima.
2. È causa di non poca pena e vergogna il fatto che, per nostra colpa, non riusciamo a capire noi stessi né a sapere chi siamo. Non sarebbe forse segno di grande ignoranza, figlie mie, se qualcuno, richiesto della sua identità, non sapesse rispondere né potesse dire chi è suo padre, sua madre, e quale il suo paese? Se, dunque, ciò denuncia un’enorme ignoranza, la nostra, quando non cerchiamo di sapere chi siamo e ci fermiamo solo alla considerazione del nostro corpo, è, senza confronto, maggiore. Sì, a un dipresso sappiamo di avere un’anima, perché lo abbiamo udito dire e perché ce lo insegna la fede, ma i beni che può racchiudere quest’anima o chi abita in essa, o il suo inestimabile pregio, son cose che consideriamo raramente. Di conseguenza ci si preoccupa poco di adoperarsi con ogni cura a conservarne la bellezza: tutta la nostra attenzione si volge sulla rozza incastonatura di questo diamante, o sul muro di cinta di questo castello, cioè il nostro corpo.
3. Consideriamo, dunque, che questo castello, come ho detto, contiene molte dimore, alcune in alto, altre in basso ed altre ai lati. Nel centro, in mezzo a tutte, si trova la principale, che è quella dove si svolgono le cose di maggior segretezza tra Dio e l’anima.
Bisogna che facciate attenzione a questo paragone. Chissà che Dio non si compiaccia, con esso, di farvi avere un’idea delle grazie che egli ha la bontà di accordare alle anime, e della differenza che passa fra loro, fin dove mi sarà dato d’intenderle; perché, essendo tanto numerose, a nessuno è possibile conoscerle tutte, tanto meno a una creatura così misera quale son io. Se il Signore ve le accorderà, vi sarà di gran conforto sapere che ciò è possibile, e chi non le avrà ricevute, ne trarrà occasione per lodare la sua infinita bontà. Infatti come non ci è di danno la considerazione delle bellezze che sono in cielo e del godimento dei beati, anzi ci è causa di allegrezza e ci serve di spinta per ottenere ciò di cui essi godono, non ci sarà neppure di danno costatare la possibilità che in questo esilio un Dio tanto grande si comunichi a vermiciattoli così ripugnanti come siamo noi, e ci spronerà ad amare una così eccelsa bontà e una così infinita misericordia. Sono sicura che chi reagirà male nell’apprendere la possibilità che in quest’esilio Dio faccia questa grazia, sarà del tutto privo di umiltà e di amore del prossimo perché, se così non fosse, come non rallegrarsi che Dio elargisca tali grazie a un nostro fratello, quando ciò non impedisce che le accordi anche a noi, e che Sua Maestà faccia conoscere la grandezza delle sue opere, quale che sia il beneficiato? Alcune volte, infatti, non ha altro scopo che di manifestare queste meraviglie, come disse a proposito del cieco a cui diede la vista, quando gli apostoli gli chiesero se quella cecità si doveva ai suoi peccati o a quelli dei suoi genitori. E così accade che non sempre, quando egli accorda tali grazie a certe anime, lo fa perché siano più sante di quelle a cui non le dà, ma perché i conosca più manifestamente la sua grandezza, come possiamo edere in san Paolo e nella Maddalena, e per essere da noi lodato nelle sue creature.
4. Si potrà dire che tali cose sembrano impossibili e che è bene non scandalizzare i deboli. Ma è minor male che ci sia chi non vi creda anziché privare del profitto dovuto quelli a cui Dio le elargisce, che se ne rallegreranno e saranno stimolati ad amare di più colui che usa così grandi misericordie nella sua sovrana potenza e maestà, tanto più che so di parlare a persone per le quali questo pericolo non esiste, perché esse sanno e credono che Dio fa dono anche di più alte manifestazioni d’amore. Sono certa che chi non lo crede non ne farà mai l’esperienza, perché Dio ama in sommo grado che non si pongano limiti alle sue opere; e pertanto, sorelle, che ciò non accada mai a quelle tra voi che il Signore non condurrà per questo cammino.
5. Tornando, dunque, al nostro meraviglioso e delizioso castello, dobbiamo vedere in che modo vi potremo entrare.
Sembra che dica uno sproposito, in quanto se questo castello è l’anima, evidentemente l’entrare non ha ragion d’essere, poiché‚ si è già dentro, come sembrerebbe una stoltezza dire a qualcuno di entrare in una stanza, quando già vi si trova. Ma bisogna che intendiate che esiste una gran differenza tra un modo di esservi e un altro. Ci sono, infatti, molte anime che restano nella cerchia esterna del castello, dove stanno le guardie, e non si curano di entrare in esso né di sapere che cosa racchiuda una così splendida dimora, né chi sia colui che la abita, né quali appartamenti contenga. Avrete già visto in alcuni libri di orazione che si consiglia l’anima ad entrare in se stessa; ebbene, è proprio questo.
6. Mi diceva poco tempo fa un gran teologo che le anime che non fanno orazione sono come un corpo paralizzato o rattrappito che, pur avendo piedi e mani, non li può muovere. Ed è proprio vero, perché ci sono anime così malate e così avvezze a vivere fra cose esteriori, che non c’è mezzo di tirarle fuori di lì, né, a quanto sembra, possibilità che rientrino in se stesse. È ormai talmente inveterata l’abitudine di vivere con i vermi e gli animali che stanno nel recinto del castello, che son quasi divenute simili ad essi, e tutto è inutile, nonostante l’eccellenza della loro natura e la possibilità di conversare nientemeno che con Dio. Se queste anime non cercano di comprendere la loro immensa miseria e di porvi rimedio, accadrà che, per non volger lo sguardo a se stesse, si muteranno in statue di sale, come avvenne alla moglie di Lot per essersi voltata indietro.
7. Infatti, per quanto ne posso capire, la porta di entrata a questo castello è l’orazione e la meditazione. Non dico che sia più la mentale che la vocale, perché se è orazione, dev’essere accompagnata da meditazione, in quanto io non chiamo orazione quella in cui non si considera con chi si parla, che cosa si domanda, chi sia colui che domanda e colui a cui si rivolge la domanda, anche se le labbra si muovono molto. Qualche volta forse lo sarà, pur senza queste riflessioni, ma perché sono state fatte altre volte. Chi, però, avesse l’abitudine di parlare con la maestà di Dio come parlerebbe a un suo schiavo, senza badare se dice bene o male, ma proferendo ciò che gli viene alla bocca o che sa a memoria per averlo recitato altre volte, non fa, a mio giudizio, orazione, e piaccia a Dio che nessun cristiano preghi in tal modo! Quanto a voi, sorelle, spero in Sua Maestà che questo non vi accada, abituate come siete a occuparvi di cose interiori, il che è un grande aiuto per non cadere in simile incoscienza.
8. Non parliamo, dunque, a queste anime paralitiche, le quali, se il Signore non viene lui stesso a comandar loro di alzarsi - come a quell’uomo che da trent’anni stava sul bordo della piscina - andranno incontro a grandi sventure e a gravi pericoli. Parliamo alle altre anime che, alla fine, entrano nel castello perché, anche se molto invischiate nel mondo, hanno buoni desideri e talora, benché di rado, si raccomandano a nostro Signore e considerano quello che esse sono, sia pure un po’ in fretta. Pregano qualche volta al mese, ma con il pensiero quasi sempre immerso nei mille affari da cui sono prese, essendovi molto attaccate, perché là dov’è il proprio tesoro, è anche il proprio cuore. Fanno però, di tanto in tanto, uno sforzo per liberarsene, ed è certo una gran cosa la conoscenza di sé e il rendersi conto che non si batte la via giusta per imboccare la porta. Finalmente, entrano nelle prime stanze, quelle poste in basso, ma, insieme, vi entrano una quantità di animaletti nocivi che non permettono loro di vedere la bellezza del castello né di trovarvi riposo: è già molto che vi siano entrate.
9. Ciò vi sembrerà forse fuor di luogo, figlie mie, perché voi, per la bontà del Signore, non siete di queste. Bisogna che abbiate pazienza, perché non saprei altrimenti farvi intendere, come le comprendo io, alcune cose interiori riguardanti l’orazione; e piaccia ancora a Dio che io riesca a dirne qualcosa, essendo assai difficile quello che io vorrei farvi capire, quando non se ne ha esperienza. Se tale esperienza c’è, vedrete che non si può fare a meno di toccare certi punti, che io spero piaccia al Signore, nella sua misericordia, che non ci riguardino mai.