Lettera Nº 20: Il Castello interiore
(Inviata il 9 giugno 2000)
Giovanna della Croce.
TERESA D'AVILA - IL
CASTELLO INTERIORE
Introduzioni di
Carolyn Humphreys
Traduzione di Letizia
Falzone.
CAPITOLO II
Prima parte
Dice quanto sia ripugnante lo stato di un’anima in peccato mortale, e come Dio volle farne capire qualcosa a una persona. Tratta anche un po’ della conoscenza di sé. È molto utile per certi punti che meritano attenzione.
Spiega come debbano intendersi queste dimore.
1. Prima di andare avanti voglio esortarvi a considerare che cosa deve essere lo spettacolo di questo castello così risplendente e così bello, questa perla orientale, quest’albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita, che è Dio, quando l’anima cade in un peccato mortale. Non vi sono tenebre più buie, né nulla di così oscuro e fosco che possa reggerne il confronto. Non cercatene altro motivo che questo: lo stesso sole che gli dava tanto splendore e bellezza, pur stando nel centro di quest’anima, è come se non ci fosse più; come se l’anima non potesse più partecipare di lui, anche se conserva la capacità di godere di Sua Maestà come il cristallo di riflettere in sé il sole. Niente le è di vantaggio: in questo stato di peccato mortale, qualunque buona opera essa compia non le è di alcun frutto per acquistar gloria, perché non procedendo da quel principio, cioè da Dio, in forza del quale la nostra virtù è virtù, e allontanandosi, anzi, da lui, non può esser gradita ai suoi occhi. Infatti l’intento di chi commette un peccato mortale non è di fare contento Dio, ma di far piacere al demonio e, identificandosi questi con le tenebre stesse, la povera anima diviene con lui una sola tenebra.
2. Io so di una persona a cui nostro Signore volle mostrare che cosa sarà di un’anima che ha commesso un peccato mortale. Tale persona dice che, secondo lei, sarebbe impossibile che qualcuno, comprendendolo, potesse peccare. Per fuggirne le occasioni avrebbe preferito esporsi alle maggiori prove che sia dato immaginare. Da ciò le venne un immenso desiderio che tutti comprendessero questa verità. Possa pertanto nascere in voi, figlie mie, il proposito di pregar molto Dio per coloro che si trovano in questo stato, ridotti a una completa oscurità, come oscure sono anche le loro opere.
Infatti, come da una sorgente molto chiara non sgorgano che ruscelli limpidissimi, così è di un’anima in stato di grazia; le sue opere sono tanto gradite agli occhi di Dio e degli uomini, perché procedono da questa fonte di vita, dove ella si trova a guisa di un albero piantato lungo l’acqua, senza la quale non avrebbe freschezza n‚ fecondità, mentre essa la sostenta, le impedisce di inaridirsi e le fa produrre ottimi frutti. Tutto ciò che, invece, procede dall’anima la quale, per sua colpa, si allontana da questa fonte e mette radici in un’altra fonte, dalle acque scurissime e maleodoranti, riflette la sua stessa assenza di grazia e la sua sudiceria.
3. Bisogna qui notare che la fonte o, meglio, quel sole risplendente posto al centro dell’anima, non perde il suo fulgore né la sua bellezza: continua a stare nell’anima e niente può portargli via tale bellezza. Ma se sopra un cristallo esposto al sole si mette un panno molto scuro, è evidente che, anche se il sole batte su di esso, la sua luce non avrà nessun effetto sul cristallo.
4. Oh, anime redente dal sangue di Gesù Cristo! Rendetevi conto di questo stato e abbiate pietà di voi stesse! Com’è possibile che, acquistata tale consapevolezza, non cerchiate di togliere questa pece dal vostro cristallo?
State attente che, se vi sorprende la morte, non tornerete a godere mai più di questa luce. Oh, Gesù! Che spettacolo è quello di un’anima priva di essa! In che stato vengono a trovarsi le povere stanze del castello! Quale turbamento s’impadronisce dei sensi che ne sono gli abitanti! E le potenze che ne sono le guardie, i maggiordomi e i siniscalchi, in quale condizione di accecamento e di mal governo si riducono! In conclusione, se l’albero è piantato nella terra, che è il demonio stesso, quale frutto può dare?
5. Una volta un uomo spirituale mi diceva che non si spaventava di ciò che può fare chi si trova in peccato mortale, ma di ciò che non fa. Che Dio, nella sua misericordia, ci liberi da un così gran male, non essendoci nulla nella nostra vita terrena che meriti questo nome di male se non il peccato, apportatore di mali eterni a non finire. Ecco, figlie mie, ciò di cui dobbiamo temere e di cui dobbiamo supplicare Dio nelle nostre orazioni di liberarci. Se, infatti, egli non custodisce la città, lavoreremo invano, perché non siamo che vanità. Quella persona diceva di aver ricavato due vantaggi dalla grazia accordatale da Dio: anzitutto un timore grandissimo di offenderlo, e pertanto lo supplicava continuamente di non lasciarla cadere, essendo consapevole dei terribili danni che una caduta comporta e, in secondo luogo, uno specchio di umiltà, nel quale vedeva come il principio del bene che facciamo non sia in noi, ma in questa fonte dove è piantato l’albero delle nostre anime, e in questo sole che feconda le nostre opere. Aggiunse che tale verità le apparve così chiara, che quando faceva o vedeva fare qualche opera buona, risaliva subito a chi ne era il principio e si rendeva conto che senza il suo aiuto non si può far nulla. L’effetto di questa riflessione era di recarsi subito a dar grazie al Signore e, di solito, dimenticarsi di se stessa, qualunque cosa buona facesse.
6. Non sarebbe tempo perduto, sorelle, per voi leggere questo e per me scriverlo, se ne ricavassimo questi due vantaggi. I dotti e gli esperti di tale materia sanno molto bene tutto questo, ma noi donne, nella nostra ignoranza, abbiamo bisogno di tutto. Per questo, forse, il Signore vuole che simili paragoni vengano a nostra conoscenza. Si compiaccia, nella sua bontà, di farci la grazia di trarne profitto!
7. Queste cose interiori sono tanto difficili a capirsi, che una persona di così scarsa istruzione come me per forza dovrà dire molte parole superflue, e anche fuor di proposito, prima di dirne una che colga nel segno. Bisogna che chi mi legge abbia pazienza, come ne occorre anche a me, del resto, per scrivere di cose che non so. Certo, qualche volta prendo carta e penna come un idiota che non sa che dire né da dove cominciare. Capisco bene, però, che è molto importante per voi ch’io vi spieghi alcune cose interiori come meglio potrò, perché sentiamo sempre parlare dell’eccellenza dell’orazione, a cui le nostre Costituzioni ci prescrivono di attendere per molte ore, ma non ci viene spiegato più di quello a cui possiamo arrivare da noi stesse. Delle cose che il Signore opera in un’anima, intendo dire soprannaturali, si dice ben poco, mentre parlandone e spiegandole in diverse maniere se ne trarrebbe un gran conforto, per la considerazione di questo celeste edificio interiore così poco capito dai mortali, benché siano molti quelli che vi si trovano. E anche se in altri libri che ho scritto il Signore mi ha già dato qualche lume in merito a ciò, mi rendo conto che alcune cose, specialmente le più difficili, non le avevo intese come ora. Il guaio - ripeto - è che, per giungere a spiegarle, dovrò ripeterne una quantità già molto conosciute, perché con una intelligenza così rozza come la mia non può essere altrimenti.
8. Ma ritorniamo al nostro castello e alle sue molte dimore. Non dovete immaginarvi queste dimore una dietro l’altra, come poste in fila, ma portare il vostro sguardo al centro, che è l’abitazione o il palazzo dove sta il Re, e far conto che sia un “palmetto” in cui, prima d’arrivare al frutto, si trova una fitta ricopertura di foglie che lo circondano da ogni parte. Così, qui, intorno a questa stanza, ve ne sono molte altre, ugualmente al di sopra, perché le cose dell’anima vanno sempre considerate con ampiezza, estensione e magnificenza, senza paura di esagerare, essendo la sua capacità superiore a ogni nostra immaginazione, e ogni parte di essa irradiata dal sole che ha sede in questo palazzo. È molto importante che un’anima di orazione, quale che sia il grado da lei raggiunto, non sia rincantucciata e costretta in una sola stanza. La si lasci circolare per queste dimore, in alto, in basso e ai lati; poiché Dio le ha conferito così gran nobiltà, non la si tiranneggi obbligandola a stare a lungo nello stesso posto, sia pure in quello della conoscenza di sé.
Intendetemi bene, però: la conoscenza di se stessi è tanto necessaria anche alle anime ammesse dal Signore nella sua stessa dimora, che mai - per quanto elevate esse siano - devono trascurarla, né potrebbero farlo, anche volendolo, perché l’umiltà è come l’ape che fabbrica continuamente nell’alveare il miele, senza di che tutto sarebbe perduto. Ma consideriamo anche che l’ape non tralascia di uscire e di volare per succhiare il nettare dei fiori. Così dev’essere dell’anima nella conoscenza di se stessa: mi creda, e prenda di tanto in tanto il volo per considerare la grandezza e la maestà del suo Dio. In ciò scoprirà la propria bassezza assai meglio che guardando in se stessa, e sarà più esente dagli animaletti immondi che entrano nelle prime stanze, cioè quelle della conoscenza di sé; anche se, ripeto, è grande misericordia di Dio che si applichi a questa conoscenza, tuttavia, come suol dirsi, il più val bene il meno. E, credetemi, con la virtù di Dio attueremo assai miglior virtù che rimanendo molto attaccate al nostro fango.
9. Non so se mi sono spiegata bene - questa conoscenza di noi stessi, infatti, è tanto importante che non vorrei vi fosse mai in ciò rilassatezza, anche se foste già elevate fino ai cieli, perché fino a quando saremo su questa terra non c’è cosa che ci sia più necessaria dell’umiltà. Pertanto torno a dire che va bene, benissimo, cercar di entrare, prima, nella dimora a ciò preposta, anziché volare verso le altre, essendo questo il giusto cammino, e se possiamo camminare su terreno piano e sicuro, perché voler ali per volare? Cerchiamo piuttosto il modo di avvantaggiarci sempre più in questa conoscenza. Ma, a mio parere, non arriveremo mai a conoscerci se non procureremo di conoscere Dio: la contemplazione della sua grandezza ci servirà per scoprire la nostra bassezza; la considerazione della sua purezza ci farà vedere la nostra sozzura; il pensiero della sua umiltà ci farà comprendere quanto siamo lontani dall’essere umili.
10. In ciò vi sono due vantaggi: il primo, perché è evidente che una cosa bianca appare molto più bianca vicino a una nera; il secondo, perché la nostra intelligenza e la nostra volontà restano nobilitate e più disposte a ogni specie di bene, essendo volte alternativamente su Dio e su di noi. Se, invece, non usciamo mai dal fango delle nostre miserie, ne derivano non pochi inconvenienti. Dicevamo, a proposito di coloro che si trovano in peccato mortale, quanto siano nere e maleodoranti le correnti che da loro procedono.
Così è qui (quantunque non allo stesso modo, Dio ci liberi, si tratta solo di un paragone), giacché, sempre immersi nell’abiezione della nostra terra, la corrente che procede da noi non sarà mai libera dal fango dei timori, della pusillanimità, della codardia e da pensieri come questi: Si bada o no a me?
Andando per questa strada, me ne incoglierà male? Posso osare intraprendere quest’opera? Non sarà superbia? È bene che una persona miserabile attenda a una cosa così sublime come l’orazione? Non mi giudicheranno migliore se non batto il cammino di tutti? Gli estremi non sono mai buoni, anche in materia di virtù, ed essendo tanto peccatrice, non farò che cadere più dall’alto; forse non proseguirò il cammino e sarò di danno ai buoni, perché per una come me non ci vogliono particolarità.
(segue)