Lettera Nº 27: Il Castello interiore

(Inviata il 1 settembre 2000)

 

Giovanna della Croce.

TERESA D'AVILA - IL CASTELLO INTERIORE

Introduzioni di Carolyn Humphreys

Traduzione di Letizia Falzone.

LA QUARTA DIMORA

Prologo

UN LUOGO DI TRANSIZIONE

La quarta dimora può essere concepita come un ponte prezioso che collega l’umano con il divino. È un luogo di transizione. La fede assomiglia a un salto nel buio. La preghiera assume una dimensione nuova. Si inizia a sperimentare l’elemento soprannaturale della vita spirituale. I nostri pellegrini si sentono come se si stessero buttando da un dirupo alpino. Non sanno dove andranno a cadere, ma la loro fiducia in Dio dice loro che atterreranno da qualche parte.

In un primo momento questa dimora potrebbe dare ai nostri pellegrini un senso di disagio. Il misticismo, e ogni altro sinonimo connesso con questa parola, è avvolto dal mistero sinistro e sospetto che aleggia intorno all’occulto. I mistici e gli elementi mistici provenienti da Dio sono davvero così misteriosi? Non si direbbe. Persino il vicino della porta accanto potrebbe essere uno di loro. L’unico elemento che distingue la persona che sembra avere un orientamento mistico - vale a dire un sano orientamento mistico - dalla gente comune è che l’individuo etichettato come mistico vede gli eventi normali di ogni giorno come piccoli miracoli donati da Dio. La qualità mistica si sviluppa da una natura immersa nella contemplazione. Il dono della contemplazione è dato a una persona da Dio, forse come un seme piantato profondamente nel cuore. La persona a poco a poco scopre questo seme, lo coltiva con l’aiuto delle quiete grazie divine e riposa in questo aspetto del proprio essere. È solo dopo che una persona ha percorso per un certo tempo il cammino della vita spirituale che il dono della contemplazione si accentra su Dio. Ci sono più contemplativi veri per le strade del mondo che tra le mura dei monasteri. Sono tutti pellegrini della fede e la loro capacità di meditare a fondo sulle cose dà loro la grazia di vedere Dio nel bene come pure nel male e in ciò che è brutto. Essere in grado di vedere Dio nei rifiuti richiede un senso del mistero che va oltre la percezione razionale. I mistici sono ricolmi di timore reverenziale e di meraviglia nel guardare le molteplici espressioni di Dio. Tuttavia i loro piedi sono saldamente piantati a terra. Chi sperimenta Dio così profondamente manifesta sani atteggiamenti, ha una solida personalità e un realismo concreto.

Se si sono incontrati degli individui considerati dei mistici, ci si è trovati di fronte a persone calme e pie, di vedute aperte, attente, equilibrate e dotate di un irreprimibile senso dell’umorismo. Il buonsenso regna sovrano tra i loro attributi. È facile trovare dei mistici che cercano il Signore tra pentole e tegami in cucina o tra le foglie e i fili d’erba del prato dietro casa. È meno facile trovarne a passare ore e ore inginocchiati in chiesa. Le loro bocche non proferiscono una sequela di pie frasi o di santi mormorii, né hanno un qualche altro manierismo o modo di parlare che li ponga in una cornice di immaterialità. Le persone mistiche sono tipi umani genuini e molto reali, che sanno ridere e piangere e che sono al meglio di sé quando riportano una facezia gioviale, confidano la loro ricetta preferita o discutono l’ultima scoperta della tecnologia spaziale. Possono persino sapere qual è il modo migliore di fotografare nature morte.

In questa dimora i nostri pellegrini scoprono che la loro preghiera attiva è gradualmente abbellita dalla preghiera passiva. C’è un mutamento dal pensare a Dio all’essere per Dio.  Lo sforzo umano canalizzato nella preghiera diminuisce via via che il divino insito nella persona inizia lentamente a emergere ed è sperimentato come Dio che esce dal proprio intimo. D’ora in poi l’individuo sperimenterà dentro di sé sempre meno l’io e sempre più Dio. Questa dimora segna l’inizio dell’esperienza soprannaturale o mistica, perché i nostri pellegrini si sono avvicinati al Re della Gloria. Le stanze di questa dimora sono belle, di una bellezza così delicata e fragile che essi non sanno spiegarsela o comprenderla con l’intelletto.

La quarta dimora può rendere perplessi e confusi semplicemente perché l’ignoto è sperimentato in un modo che sfugge alla comprensione. È una dimora che richiede una fede basata sulla completa fiducia in Dio. Non ci sono incentivi esteriori a sostenerci. La fede non deriva dalle luci razionali della ragione, dal conforto dei buoni sentimenti o da processi intellettuali che indicano che un Dio deve esistere. È la semplice, nuda e cruda fiducia nella divina provvidenza.

La nostra società, tanto radicata nel metodo scientifico per la soluzione dei problemi, nei computer e nella tecnologia avanzata, si oppone a ciò che la quarta dimora ha da offrire. Il tipo di fede che si riscontra in questa dimora può innervosire molto i nostri pellegrini che agiscono a livello intellettuale, usando cioè un’elevata prospettiva teorica. Questi hanno cercato assiduamente Dio in occupazioni erudite e accademiche. La conoscenza di Dio è stata la loro principale attività mentale.  Hanno basato la loro fede sulla relazione tra noto e ignoto. Poi assimilano l’ignoto, divenuto familiare attraverso dati sperimentali, nei circuiti riverberanti degli agglomerati di cellule situati nella corteccia del loro cervello. Una volta capito, si tuffano di nuovo nell’ignoto con un regime ancora più intensivo. La conoscenza di Dio è frutto della ricerca e dello studio, di corsi, seminari e conferenze frequentati e dall’esame di una gran quantità di appunti e di altri dati raccolti dai molti aspetti della teologia.

Lungo le prime tre dimore le informazioni sono state raccolte, sintetizzate e integrate nella loro mente. Si è venuti a conoscenza di molte cose su Dio e sul viaggio spirituale. È stato un bene e ha dato loro una salda base su cui costruire. La fede è stata scoperta, sviluppata e formulata mediante lo studio diligente e una risposta alle grazie divine. I pellegrini hanno preso confidenza con questo approccio. Ora, nella quarta dimora, si chiede loro di rinunciare a larga parte delle loro occupazioni teologiche e di affidarsi solo a Dio. Per quelli che sono in grado di smettere a poco a poco di scoprire Dio attraverso gli studi accademici, la quarta dimora è la scena su cui inizierà a verificarsi questo cambiamento radicale. L’analisi intellettuale è assorbita da un amorevole abbandono alla saggezza divina. La fede basata sulle leggi si trasforma in una fede basata sull’amore. La fede ha raggiunto un luogo in cui può andare oltre la comprensione. C’è una minore enfasi sulla razionalizzazione di Dio attraverso ciò che altri hanno detto o scritto di lui e ciò che le proprie misere cognizioni hanno scoperto di lui. I pellegrini hanno esaurito le domande semplicemente perché non ci sono risposte che possano descrivere adeguatamente il Dio infinito. Capiscono che la comprensione ha un limite. Non ci sono strumenti di misura per valutare l’immensità di Dio e del suo amore. La mente di Dio è ben al di là di ciò che qualsiasi essere umano possa afferrare.

È estremamente difficile abbandonare ciò che è noto per cercare l’ignoto in modi strani e insoliti. I nostri pellegrini desiderano progredire nella fede e nella preghiera con i metodi in voga nel loro tempo, ma questi non si addicono alla quarta dimora. Trovarsi in questa dimora fa paura. I pellegrini che non sanno rinunciare all’approccio intellettuale lottano con la propria mente che continua a frullare intorno dando loro un elenco infinito di motivi per insistere nel proprio atteggiamento. Talvolta queste ragioni inducono i pellegrini ad abbandonare la preghiera perché questa nuova preghiera non lascia appigli né collegamenti possibili. Non ci sono carte stradali, procedure specifiche o definizioni operative. Nella propria mente i nostri pellegrini potrebbero pensare che ormai tutto è perduto perché non ci sono progressi evidenti nella preghiera e il tempo passato con Dio sembra sprecato.

Questa razionalizzazione ha luogo quando si cerca di avere una risposta o una spiegazione a tutto. A ogni modo, quando i nostri pellegrini avranno attraversato il ponte e si saranno resi conto di essere molto più vicini di prima al centro del castello, capiranno l’importanza di non prestare attenzione al ronzio della loro mente. Non desidereranno nemmeno più indagare oltre sui loro precedenti metodi di preghiera.

Dopo aver trascorso un po’ di tempo nella quarta dimora, scoprono di non essere più così interessati ai pensieri che prima li turbavano e li scombussolavano. Hanno finalmente capito che questi pensieri diminuiscono se non si dedica loro un’indebita attenzione. Teresa osserva che le battaglie interiori, cioè quei conflitti riguardanti ogni aspetto della condizione umana che si svolgono nella mente, sono molto più difficili da risolvere e provocano nell’individuo tensioni molto maggiori dei problemi e delle difficoltà esteriori. La mente può essere il contenitore di pensieri così negativi, pessimistici e problematici da poter addirittura portare a una frattura psicologica con la realtà.  Viceversa, la mente può essere la sede della tranquillità e della pace che scaturiscono dall’amore divino. Ciò accade quando è presente nel cuore una fede forte della fiducia in Dio e fondata su una sincera semplicità. Una fede con un forte orientamento intellettuale può essere fondata su di una sofisticata complessità.

Fermiamoci un attimo all’ingresso della quarta dimora a riflettere brevemente sul modo in cui la mente di una persona partecipa allo sviluppo della preghiera nelle dimore esterne. A questo punto uno sguardo retrospettivo può rinfrancarci, facendo maggiore chiarezza sul tipo di preghiera che verrà.

CAPITOLO I

Tratta della differenza che esiste fra gioie e dolcezza dell’orazione, e diletti spirituali, e dice quanto sia stata felice di comprendere che l’immaginazione è cosa diversa dall’intelletto. È utile per chi è soggetto a distrarsi frequentemente durante l’orazione.

1.   Per cominciare a parlare delle quarte dimore è ben necessario fare quel che ho fatto, cioè raccomandarmi allo Spirito santo e supplicarlo di parlare al mio posto, d’ora in avanti, per dire qualcosa delle dimore che restano, in modo che lo comprendiate.  Ormai sono cose soprannaturali, di cui è molto difficile dare una spiegazione, a meno che non lo faccia Sua Maestà stesso, come ha fatto per un altro mio libro dove scrissi - circa quattordici anni fa - quello che fino allora ne avevo compreso Anche se ora mi sembra di avere un po’ più di luce su queste grazie che il Signore concede ad alcune anime, saper esporle è altra cosa. Lo faccia Sua Maestà, se può risultarne qualche vantaggio, altrimenti sia come non detto.

2.   Poiché queste dimore sono già più vicine al luogo dove sta il Re, la loro bellezza è grande, e ci sono cose talmente delicate da vedere e da intendere, che l’intelletto ha un bell’ingegnarsi a cercare termini adatti per dirne almeno qualcosa con tanta esattezza da non farle restare sempre molto oscure per coloro che non ne hanno esperienza! Chi ha tale esperienza, però, mi capirà benissimo, specialmente se la sua esperienza è grande.

Si potrà forse credere che, per giungere a queste dimore, occorre aver vissuto molto nelle altre, e anche se ordinariamente è vero che bisogna esser passati per quella precedente, non è una regola assoluta, come avrete già sentito più volte. Poiché il Signore concede i suoi doni quando vuole, come vuole e a chi vuole, essendo beni che appartengono a lui, ed egli, lo sappiamo, non fa torto a nessuno.

3.   In queste dimore entrano raramente le bestie velenose, e se entrano, non nuocciono, anzi avvantaggiano le anime. Io ritengo assai preferibile che entrino e scatenino la guerra in questo stato di orazione, perché il demonio, se non ci fossero tentazioni, potrebbe ingannare, intromettendosi nei diletti provenienti da Dio, e fare molto maggior danno di quando esse ci sono: egli limiterebbe il merito dell’anima - non foss’altro allontanando da lei le occasioni di merito - e lasciandola in un rapimento abituale. Quando esso è continuo, non lo ritengo sicuro, perché mi sembra impossibile che lo Spirito del Signore, in questa vita, stia in noi sempre nello stesso modo.

4.   Parlando ora di ciò che ho promesso che avrei detto qui, cioè della differenza fra le gioie che si provano nell’orazione e i diletti spirituali, mi sembra che si possano chiamare gioie quelle contentezze che noi ci procuriamo con la nostra meditazione e con le preghiere rivolte a nostro Signore. Esse procedono dalla nostra natura, anche se c’è sempre il concorso di Dio, il che è da sottintendere in tutto quello che dirò, perché noi non possiamo nulla senza di lui. Nascono, dunque, dalle stesse opere virtuose che compiamo e, Poiché ci appaiono un frutto del nostro lavoro, a ragione ci rallegriamo di esserci occupate in esse. Ma, se ci riflettiamo, vedremo che ci procurano le stesse gioie molte cose terrene: come una gran fortuna che improvvisamente tocchi a qualcuno, o il vedere all’improvviso una persona che amiamo molto, o l’esito felice di un affare importante o di un’altra cosa di gran peso, che ci merita l’approvazione di tutti, o il veder ritornare vivo un marito, un fratello o un figlio che si sapeva morto. Io ho visto versare lacrime per una gran gioia, e qualche volta è accaduto anche a me. Ebbene, credo che allo stesso modo in cui queste gioie sono naturali, lo siano quelle che ci danno le cose di Dio, solo che sono di più nobile qualità, anche se le altre non hanno niente di cattivo. In conclusione, cominciano dalla nostra natura e finiscono in Dio.

5.   I diletti spirituali, invece, cominciano da Dio e si fanno sentire dalla nostra natura, che gode di essi quanto delle gioie di cui ho parlato e anche di più. Oh, Gesù, come vorrei saper chiarire questo! Credo, infatti, di comprendere che c’è una grande differenza, ma non ho la capacità di riuscire a spiegarmi.  Lo faccia il Signore!

Mi ricordo in questo momento di un versetto che diciamo a Prima, alla fine dell’ultimo salmo, che termina così: Perché hai dilatato il mio cuore. Chi ha grande esperienza non ha bisogno d’altro, per vedere la differenza che passa tra gioie e diletti, ma per chi non ne ha, ci vuole qualche spiegazione di più. Le gioie di cui ho parlato non dilatano il cuore, anzi ordinariamente sembrano stringerlo un po’, senza peraltro diminuire affatto la gioia di vedere che Dio ne è il movente.  Allora sgorgano certe lacrime angosciose che sembrano provenire in qualche modo dalle passioni. Io so poco di queste passioni dell’anima altrimenti forse mi spiegherei meglio - e di ciò che procede dai sensi e dalla nostra natura, perché sono molto ignorante. Ripeto, mi saprei spiegare se, avendone fatto esperienza, ne avessi anche chiara conoscenza. Il sapere e la dottrina sono assai utili in ogni cosa.

6.   L’esperienza da me avuta di questo stato, cioè di questi doni e gioie nella meditazione, è che, se cominciavo a piangere sulla passione, non potevo più cessare fino a che non rimanevo esausta; lo stesso se piangevo per i miei peccati. Era, questa, una grande grazia del Signore. Io non voglio ora esaminare se siano migliori gli uni o gli altri, ma vorrei solo saper spiegare in che cosa differiscano. Talvolta a suscitare queste lacrime e questi desideri concorre la disposizione in cui ci troviamo, ma alla fine, come ho detto, ciò malgrado, vanno a terminare in Dio. E sono da stimare molto se si ha l’umiltà di capire che non per questo si è migliori. Infatti non si può sapere se siano tutti effetti dell’amore divino. In tal caso sarebbero un dono di Dio.

Per lo più questi sentimenti di devozione sono propri delle anime che stanno nelle dimore precedenti, dove attendono di continuo a lavorare d’intelligenza, occupate come sono a discorrere con l’intelletto e a meditare, e fanno bene non avendo ricevuto di più. Tuttavia farebbero meglio a occuparsi un po’ in opere e in lodi di Dio, a rallegrarsi della sua bontà, della sua divina perfezione, a desiderare il suo onore e la sua gloria, e ciò quanto più convenientemente fosse loro possibile, perché serve a stimolare molto la volontà. Inoltre, se il Signore concede loro queste riflessioni, si guardino bene dal trascurarle per voler finire la meditazione abituale.

7.   Siccome mi sono dilungata molto altrove a parlare di ciò, qui non ne dirò di più. Solo desidero avvertirvi che, per fare grandi progressi in questo cammino e salire alle dimore a cui aspiriamo, il nodo della questione non sta nel pensare molto, ma nell’amare molto; pertanto fate ciò che può incitarvi maggiormente ad amare.  Forse non sappiamo che cosa sia amare, e non me ne meraviglierei molto, perché non consiste nel maggior piacere spirituale, ma nella maggiore determinazione di cercar di contentare Dio in tutto, di fare ogni sforzo possibile per non offenderlo, di pregarlo per il trionfo costante dell’onore e della gloria di suo Figlio e per l’incremento della Chiesa cattolica. Questi sono i segni dell’amore, e non pensate che la questione sia di non pensare ad altro e che tutto vada perduto, se vi accade di distrarvi per un momento.

8.   Mi sono trovata anch’io, a causa di questo perturbamento del pensiero, in grave angustia, qualche volta; solo da poco più di quattro anni sono giunta a capire, in virtù dell’esperienza, che il pensiero, o l’immaginazione, per meglio intendersi, non è l’intelletto. Ne ho anche interpellato un dotto e mi ha detto che è così, dandomi motivo di non poca soddisfazione. Infatti mi riusciva difficile spiegarmi, essendo l’intelletto una delle potenze dell’anima, come a volte fosse così instabile, mentre il pensiero vola talmente in fretta che solo Dio può fermarlo, e quando lo fa, ci par d’essere quasi staccati dal nostro corpo. Mi pareva che da un lato le potenze dell’anima fossero occupate in Dio e stessero raccolte in lui, mentre dall’altro il pensiero vagava in disordine: ne restavo sbigottita.

9.   Oh, Signore, prendete in considerazione tutto quel che soffriamo a causa della nostra ignoranza! Il male proviene dal fatto che, immaginando che tutta la nostra scienza debba consistere nel pensare a voi, non osiamo interrogare i dotti né comprendiamo che cosa ci sia da chiedere. Così, Poiché non ci capiamo, soffriamo terribili travagli, ritenendo che sia grave peccato ciò che non è cattivo, ma buono. Ecco da dove procedono le afflizioni di molte persone che praticano l’orazione, e il lamentarsi dei travagli interiori, per lo meno di gran parte di quelle che non sono istruite; da qui le malinconie, la perdita della salute e perfino l’abbandono totale di ogni pratica, perché non si pensa che c’è in noi un mondo interiore; allo stesso modo, come non possiamo trattenere il movimento del cielo, che continua nella sua corsa vertiginosa, così non possiamo frenare il nostro pensiero. Inoltre includiamo in esso tutte le potenze dell’anima e ci sembra di essere perdute e d’impiegare assai male il tempo che passiamo alla presenza di Dio. Può darsi che l’anima se ne stia tutta unita a lui nelle dimore più vicine, mentre il pensiero, trattenuto nei dintorni del castello, soffra e lotti con una quantità di bestie feroci e velenose, acquistando meriti per questo patimento.

Pertanto non dobbiamo restarne turbati né dobbiamo lasciare l’orazione, che è ciò a cui aspira il demonio. Per la maggior parte, tutte le inquietudini e i travagli derivano dal fatto di non conoscere noi stessi.

10. Mentre scrivo queste cose, vado considerando ciò che accade nella mia testa a causa del gran rumore di cui ho parlato al principio, che mi ha fatto sembrare quasi impossibile l’esecuzione dell’ordine di scrivere. Sembra proprio che vi siano parecchi grossi fiumi che poi precipitano in cascate, una quantità di uccelli e di cicalecci, e non nelle orecchie, ma nella sommità della testa, dove si dice che risieda la parte superiore dell’anima. Vi ho pensato a lungo perché mi sembrava che il gran movimento dello spirito fosse una salita veloce verso l’alto. Piaccia a Dio ch’io mi ricordi nelle dimore seguenti di dirne la causa, perché qui non viene bene. Non mi meraviglierei che il Signore abbia voluto mandarmi questo mal di testa affinché la comprenda meglio, in quanto tutto questo schiamazzo che è in essa non mi impedisce l’orazione né di continuare a scrivere, essendo l’anima tutta intera nel suo riposo, nel suo amore, nei suoi desideri e nella sua chiara conoscenza.

11. Ma se la parte superiore dell’anima risiede nella sommità della testa, come mai non resta disturbata? Io non lo so, ma so che quanto dico è la verità. Si soffre dei rumori quando l’orazione non è accompagnata da sospensione, mentre durante la sospensione non si avverte alcuna sofferenza.

Sarebbe un gran danno se per questo fastidio dovessi abbandonare l’orazione! Così pure non è bene turbarsi quanto ai pensieri. Non bisogna curarsene, perché, se li ispira il demonio, con questa disposizione verso Dio avranno termine; e se provengono, come spesso avviene, dalla miserevole condizione lasciata in noi, con molti altri guai, dal peccato di Adamo, cerchiamo di aver pazienza e sopportiamoli per amor di Dio.

12. Visto che siamo anche soggette a mangiare e a dormire, senza poterlo evitare, il che è un gran tormento, riconosciamo la nostra miseria e aspiriamo ad andare dove “nessuno ci disprezza”b: questo, come a volte mi ricordo di averlo udito, è ciò che dice la sposa dei Cantici; e, in verità, non trovo in tutta la vita occasione per applicar meglio tali parole, perché qualunque forma di disprezzo e di travaglio possa aversi in essa, non mi pare che uguagli queste battaglie interiori. Qualsiasi turbamento e qualsiasi lotta può esser tollerabile se si riesce a trovar pace nella propria dimora - come ho già detto -, ma aspirare alla pace dopo i mille travagli che si incontrano nel mondo, vedere che il Signore stesso ci offre tale riposo, e sentire che l’ostacolo sta in noi stesse, non può non essere molto penoso e quasi intollerabile. Pertanto, Signore, portateci dove queste miserie non ci disprezzino, perché a volte sembra proprio che esse si prendano gioco dell’anima.

13. Anche in questa vita il Signore può liberarla da ciò, ma solo quando è giunta all’ultima dimora, come, a Dio piacendo, dirò.  Forse tali miserie non daranno a tutti tanta pena né tanta lotta come l’hanno data a me nel corso di molti anni, a causa della mia indegnità, al punto che sembrava che io stessa volessi vendicarmi di me. Ma avendone io tanto sofferto, penso che forse potrebbe esser così anche per voi, e non faccio che parlarvene ogni momento, per veder di riuscire, una volta o l’altra, a spiegarvi come sia un fatto inevitabile, e pertanto non dobbiate inquietarvene né affliggervene: lasciamo perdere questa spatola rumorosa di mulino e maciniamo la nostra farina, facendo operare la nostra volontà e il nostro intelletto.

14. C’è maggiore e minore intensità in questo disturbo, a seconda della salute e dei tempi. Si rassegni a sopportarlo la povera anima, anche se di ciò non ha alcuna colpa, perché ne avremo altre di colpe a causa delle quali è giusto dar prova di pazienza. E siccome né ciò che leggiamo né quello che ci consigliano è sufficiente, per noi che abbiamo scarsa istruzione, a non farci dare importanza a questi pensieri, non mi sembra tempo perduto tutto quello che io impiego a spiegarlo meglio e a consolarvi, a questo riguardo. Tuttavia, finché il Signore non voglia illuminarci, questo serve a poco. Però è necessario - e il Signore lo vuole - che ricorriamo ai mezzi adatti per conoscerci e per non attribuire all’anima la colpa di ciò che è opera della debole immaginazione, della natura e del demonio.