Lettera Nº 28: Il Castello interiore

(Inviata 8 settembre 2000)

 

Giovanna della Croce.

TERESA D'AVILA - IL CASTELLO INTERIORE

Introduzioni di Carolyn Humphreys

Traduzione di Letizia Falzone.

LA QUARTA DIMORA

CAPITOLO II

Prosegue nello stesso argomento e spiega con un paragone che cosa siano i diletti spirituali e come si possano raggiungere senza cercarli.

1.   Dio mio, in che cosa mi sono invischiata! Ho già dimenticato ciò che stavo dicendo, perché gli affari e la poca salute mi obbligano spesso a rimandare il mio lavoro a tempo migliore, e siccome ho poca memoria, ne risulterà un gran disordine, essendomi impossibile tornare a leggerlo. E chissà che non sia scombinato tutto quello che dico, almeno tale è la mia impressione.

Mi sembra di aver parlato delle gioie spirituali. Poiché alcune volte sono mescolate con le nostre passioni, comportano un’emozione che fa prorompere in singhiozzi; e ho udito anche dire da alcune persone che esse si sentono stringere il cuore e vanno soggette perfino a movimenti esteriori incontenibili, di tale forza che esce loro sangue dal naso e si producono altri effetti ugualmente penosi. Di questo non so dire nulla, perché non ne ho fatto esperienza, ma io credo che tali persone debbano restarne consolate, perché, ripeto, tutto va a finire nel desiderar di piacere a Dio e di godere di Sua Maestà.

2.   Quelli che io chiamo diletti di Dio - a cui altrove ho dato il nome di orazione di quiete - sono molto diversi, come capirà chi fra voi lo ha provato per la misericordia di Dio. Facciamo conto, per intenderlo meglio, di vedere due fontane con due bacini che si riempiono d’acqua. Io non trovo nulla di più adatto per spiegare alcune cose dello spirito che l’esempio dell’acqua perché , siccome so poco né l’ingegno m’aiuta, e anche perché amo molto tale elemento, l’ho osservato con maggiore attenzione di altre cose. Del resto in tutto ciò che Dio, tanto grande e sapiente, ha creato, devono esserci molti segreti di cui possiamo giovarci, come avviene per coloro che ne hanno l’intelligenza, anche se io credo che ogni minima cosa creata da Dio, si tratti pur di una piccola formica, nasconda più meraviglie di quante si possa capirne.

3.   Questi due bacini si riempiono d’acqua in modo diverso: in uno l’acqua viene da più lontano per mezzo di vari acquedotti e di molta industria; l’altro, costruito dov’è la stessa sorgente dell’acqua, si riempie senza alcun rumore. Se la sorgente è abbondante, come questa di cui parliamo, una volta riempito tale bacino, ne deriva un gran ruscello, senza che ci sia bisogno di alcun artificio né si debba temere che venga meno per danni alle condutture, giacché l’acqua da lì sgorga sempre.

Ed ecco la differenza: quella proveniente dalle condutture rappresenta, a mio parere, le gioie di cui abbiamo parlato, che si ricavano dalla meditazione; ce le procuriamo, infatti, con i nostri pensieri, aiutandoci con la meditazione sulle creature e stancando l’intelletto, e siccome sono, in conclusione, frutto dei nostri sforzi, fanno rumore quando, come si è detto, devono riempire l’anima di qualche profitto spirituale.

4.   Nell’altro bacino, invece, l’acqua viene dalla sua stessa sorgente, che è Dio, e come vuole Sua Maestà, quando si compiace di fare qualche grazia soprannaturale, fluisce con un’indicibile pace, dolcezza e tranquillità nell’intimo di noi stessi, ma io non so da dove né come. Sono gioie e diletti che non si sentono, come quelli del mondo, nel cuore - da principio, intendo dire, perché in seguito inondano completamente il nostro essere.  Quest’acqua si riversa in tutte le dimore e in tutte le potenze dell’anima, fino a raggiungere il corpo: per questo ho detto che cominciano da Dio e finiscono in noi. Infatti non c’è dubbio, come può costatare chi l’ha provato, che l’uomo esteriore gode con tutto se stesso di questa gioia e di questa dolcezza.

5.   Ora - scrivendo questo - mi viene in mente che il versetto citato: Hai dilatato il mio cuore, dice che il cuore si è dilatato. Ma non mi sembra che il piacere - ripeto - nasca dal cuore, bensì da una parte ancora più interna, come da un qualcosa di molto profondo. Credo che debba essere il centro dell’anima, come in seguito ho capito e più avanti dirò. Certo è che in noi stessi scopro tali segreti da restarne, spesso, stupita. E quanti altri devono essercene! Oh, Signor mio e Dio mio, quanto sono grandi le vostre magnificenze! E pensare che noi, qui, siamo come ottusi pastorelli a cui sembra di capire qualcosa di voi; ciò dev’essere appena un nonnulla, visto che in noi stessi ci sono grandi segreti che non conosciamo. Dico appena un nonnulla, in confronto al molto, moltissimo che è in voi; e non perché non siano ben grandi le magnificenze che vediamo, alla luce di quel che possiamo capire dalle vostre opere.

6.   Ritornando al versetto. Ciò che in esso, a mio parere, può servire al mio caso, è in quella dilatazione: sembra, infatti, che non appena quest’acqua celestiale comincia a sgorgare dalla sorgente di cui ho parlato, cioè dal profondo di noi stessi, tutto il nostro interno si vada dilatando e ampliando, e nascano beni indicibili. L’anima stessa non sa comprendere che cosa riceva in quel momento. Sente una fragranza, per dir così, come se in quella profondità del nostro interno vi fosse un braciere nel quale si gettassero essenze odorose. Non si vede il fuoco né si sa dove sia, ma il calore e il fumo odoroso penetrano tutta l’anima, e molte volte - come ho detto - ne partecipa anche il corpo. Badate d’intendermi: non si sente calore né si avverte odore, perché è qualcosa di più delicato di essi. Parlo di calore e di odore solo per farmi capire. Le persone che non ne hanno fatto esperienza sappiano che succede realmente così e che lo si avverte assai bene. L’anima lo sente anche più chiaramente di quanto io ora non dica. Nè è cosa che si possa immaginare, perché, con tutte le nostre diligenze, siamo impotenti a procurarcela, e in ciò stesso si vede che non è opera del nostro metallo, ma di quel purissimo oro della sapienza divina. Qui le potenze non sono unite a Dio, a mio parere, ma come fuori di sé, e si chiedono sbigottite che cosa ciò possa essere.

7.   Può darsi che, parlando di queste cose interiori, mi contraddica, in parte, rispetto a quello che ho detto altrove.  Ciò non deve stupire, perché nei quindici anni, circa, trascorsi da quando cominciai a scriverne, forse il Signore mi ha dato maggior lume per intendere queste cose di quanto non ne avessi allora: adesso, come allora, posso sempre errare in tutto, ma non mentire, perché, per la misericordia di Dio, piuttosto soffrirei mille morti.

Dico quello che di ciò intendo.

8.   In realtà mi sembra che la volontà debba pur stare unita in qualche modo a quella di Dio, ma solo dagli effetti e dalle opere che ne seguono poi si conoscono queste verità dell’orazione, non essendoci miglior crogiolo per provarle. È grandissima mercede di nostro Signore se chi le riceve se ne accorge, e somma grazia se non torna indietro.

9.   Voi, forse, figlie mie, vorreste procurarvi subito quest’orazione, e avete ragione, perché, come ho detto, l’anima non riesce ancora a rendersi conto delle grazie che in questo stato il Signore le accorda né dell’amore con cui la va avvicinando maggiormente a sé, e certo desidera sapere come queste grazie si acquistino. Vi dirò quello che ho potuto capirne.

10. Prescindiamo dal caso in cui il Signore si compiace di accordarle unicamente perché lo vuole. Egli ne sa il motivo e noi non dobbiamo entrarci.

Dopo aver fatto ciò che esigono le dimore precedenti, ci vuole umiltà e ancora umiltà. A causa di questa virtù il Signore si induce ad accordarci quanto vogliamo da lui, e il primo segno per vedere se l’avete è non pensare di meritare queste grazie e questi diletti del Signore né sperare di poterli ottenere in tutta la vostra vita.

Mi direte: ma in questo modo, senza procurarseli, come si potranno avere? A ciò rispondo che non ve n’è un altro migliore di quello che vi ho indicato, cioè di non far nulla per procurarveli, ed eccovene le ragioni: la prima, perché, per ricevere queste grazie, bisogna anzitutto amare Dio senza interesse; la seconda, perché è una piccola mancanza di umiltà pensare che per i nostri miseri servizi si debba ottenere un bene così grande; la terza, perché la vera disposizione a tale scopo, per noi che, infine abbiamo offeso il Signore, è il desiderio di patire e di imitarlo, non di avere diletti spirituali; la quarta, perché Sua Maestà non è in obbligo di darceli, come non è obbligato a darci il paradiso se osserviamo i suoi comandamenti, potendoci salvare anche senza di questo, ed egli sa meglio di noi ciò che ci conviene e chi siano coloro che lo amano davvero.

Proprio così, io ne sono sicura. Conosco alcune persone che vanno per il cammino dell’orazione come si deve andare, solamente per servire il loro Cristo crocifisso, al quale non solo non chiedono diletti spirituali, che neanche desiderano, ma rivolgono la supplica di non dargliene, in questa vita. È la pura verità. La quinta ragione è perché lavoreremmo invano. Infatti, non essendo quest’acqua condotta attraverso canali come la precedente, giovano a poco i nostri sforzi, se la fonte non vuol fornirla.

Voglio dire che, per quante siano le nostre meditazioni, per quanto possiamo macerarci e versare lacrime, non è questa la strada per avere quest’acqua. Dio la dà solo a chi vuole, e spesso quando l’anima meno se l’aspetta.

11. Siamo di Dio, sorelle; faccia egli di noi quello che vuole e ci conduca dove più gli piace. Sono certa che se davvero ci umiliamo e ci distacchiamo (dico davvero, perché non dev’essere solo in virtù dell’immaginazione, che spesso ci inganna, ma dev’essere un distacco completo), il Signore non mancherà di farci queste grazie e molte altre superiori a ogni nostro desiderio. Sia egli per sempre lodato e benedetto! Amen.