Lettera Nº 29: Il Castello interiore

(Inviata 15 settembre 2000)

 

Giovanna della Croce.

TERESA D'AVILA - IL CASTELLO INTERIORE

Introduzioni di Carolyn Humphreys

Traduzione di Letizia Falzone.

LA QUARTA DIMORA

CAPITOLO III

Spiega che cosa sia l’orazione di raccoglimento, che in generale il Signore concede prima della precedente. Dice i suoi effetti e quelli che restano dall’altra, in cui ha trattato dei diletti dati dal Signore.

1.   Gli effetti di questa orazione sono molti: ne dirò alcuni. Ma prima parlerò di un’altra specie di orazione che quasi sempre ha inizio prima di questa, anche se sarò breve per averne già trattato altrove. È un raccoglimento che mi sembra anch’esso soprannaturale, perché, se pur non consiste nello stare al buio, nel chiudere gli occhi, né in altre cose esteriori, senza volerlo gli occhi si chiudono e si desidera la solitudine. E senza alcuno sforzo sembra che si vada costruendo l’edificio per l’orazione di cui si è parlato: i sensi e le cose esteriori par che perdano gradualmente il loro diritto affinché l’anima vada ricuperando il suo, che aveva perduto.

2.   Coloro che la praticano dicono che “l’anima rientra in se stessa” e altre volte che “sale sopra se stessa”. Mediante tale linguaggio, però, certamente io non riuscirei a spiegare nulla, ed è questo il mio torto: di pensare che dobbiate intendermi attraverso le espressioni di cui io so servirmi, le quali, forse, saranno intese solo da me. Facciamo conto che i sensi e le potenze (di cui ho già detto che sono gli abitanti del castello, essendomi servita di questo paragone per riuscire a spiegare qualcosa) siano fuggiti fuori e vivano da giorni e anni con gente straniera, nemica del bene di questo castello. Poi, vedendo la loro rovina, tornano ad avvicinarsi ad esso, anche se non riescono ad entrarvi, per la difficoltà che crea in loro l’aver contratto la cattiva abitudine di starne fuori. Vi girano intorno, senza ormai tradire più.

Il gran Re, che risiede nel centro del castello, vista ormai la loro buona volontà, per la sua gran misericordia si induce a richiamarli a sé e, a guisa di buon pastore, emettendo un fischio tanto soave che essi stessi stentano ad avvertirlo, fa loro conoscere la sua voce e li allontana dalla via della perdizione per ricondurli al castello. Questo fischio del pastore ha, infatti, tanta forza che essi abbandonano subito le cose esteriori da cui erano traviati e rientrano nel castello.

3.   Mi sembra di non essermi mai spiegata come ora; quando il Signore concede questa grazia, essa è di grande aiuto per cercare Dio in noi stessi (dove si trova meglio e con maggior profitto che nelle creature, come dice di averlo trovato sant’Agostino dopo averlo cercato a lungo altrove). E non crediate che si acquisti per mezzo dell’intelletto, procurando di pensare che Dio è in noi, né per mezzo dell’immaginazione, figurandoselo in sé.  È, questo, un ottimo ed eccellente metodo di meditazione, perché fondato sulla verità dell’inabitazione di Dio, ma non si tratta di ciò. Questa è una cosa possibile a chiunque (si intende sempre col favore del Signore). Quello che io dico è, invece, d’altra specie, perché a volte gli abitanti sono già nel castello, prima che si cominci a pensare a Dio, e non so come vi siano entrati né come abbiano udito il fischio del loro pastore. Non certo con le orecchie, perché con esse non si avverte nulla, ma per aver sentito un vivo e dolce senso di raccoglimento interiore. Mi capirà chi ne ha l’esperienza, non sapendo io spiegarlo meglio.  Mi sembra di aver letto che avviene come di un riccio o di una tartaruga, quando si ritirano in se stessi, e chi l’ha scritto doveva capirlo bene. Questi animali, però, si ritirano quando vogliono. Qui, invece, non dipende dalla nostra volontà, ma da quando Dio vuol farci questa grazia.

Sono convinta che Sua Maestà la fa solo a persone che vanno ormai distaccandosi dalle cose del mondo. Non dico che ciò avvenga di fatto per quelle che ne sono impedite dal loro stato, ma almeno con il desiderio; allora egli le incita ad attendere particolarmente a ciò che è interiore. Pertanto credo che se lasciamo mano libera a Sua Maestà, non darà solo questo a coloro che egli chiama, ormai, a cose più alte.

4.   Chi sperimenta questo in sé, gli renda molte grazie, essendo ben doveroso che riconosca il dono ricevuto. Inoltre la sua gratitudine farà sì che si disponga a riceverne altri più grandi.  Ed è una disposizione per poter ascoltare Dio, come si consiglia in alcuni libri, dove è detto di non cercare di discorrere con l’intelletto, per osservare con attenzione quello che Dio opera nell’anima. Tuttavia se Sua Maestà non ci ha ancora attirato a sé, non riesco a capire come si possa trattenere il pensiero in modo da non averne più danno che vantaggio. Anche se ciò è stato materia di lunghe discussioni fra alcune persone spirituali, esse invero - confesso la mia poca umiltà non mi hanno mai offerto un motivo convincente per farmi arrendere a quanto dicono. Una di loro mi allegò un certo libro del santo - ché tale io lo ritengo fra Pietro d’Alcantara, a cui mi sarei sottomessa, perché so che se ne intendeva: lo leggemmo e vi trovammo detto quello che dico io, anche se non con queste mie parole. Ma, da ciò che egli dice si capisce che l’amore deve essere già acceso.

5.   Può anche darsi che io m’inganni, ma ecco le ragioni su cui mi appoggio. La prima è che, in quest’opera spirituale, fa più chi meno pensa e meno vuol fare. Il nostro impegno deve essere quello di chiedere come poveri bisognosi davanti a un grande e ricco imperatore, e poi abbassare gli occhi e aspettare con umiltà.  Quando, per certe segrete strade di cui Dio si serve, ci sembrerà d’intendere che egli ci ascolta, allora è bene tacere, visto che ci ha concesso di stargli vicino, e anche - se possiamo - procurare di lasciar inoperoso l’intelletto. Ma se ancora non notiamo che questo Re ci abbia udito né veduto, non dobbiamo starcene là come stupidi. Infatti è grande l’intontimento dell’anima che si è sforzata di arrestare l’intelletto, e molto più arida e forse più inquieta resta l’immaginazione per lo sforzo che si è imposta di non pensare a nulla. Il Signore vuole, invece, che gli indirizziamo le nostre domande, considerando che siamo alla sua presenza, convinti che egli sa quello che ci conviene. Non posso proprio persuadermi dell’utilità di industrie umane in cose ove sembra che Sua Maestà abbia posto un limite, volendo riservarle per sé, mentre ne ha lasciate libere molte altre che possiamo fare col suo aiuto, fin dove può arrivare la nostra miseria, come la penitenza, le buone opere, l’orazione.

6.   La seconda ragione è che queste operazioni interiori sono tutte soavi e pacifiche, e far cosa penosa è piuttosto di danno che di vantaggio. Chiamo penosa ogni azione che esiga uno sforzo, come sarebbe trattenere il respiro.

L’anima deve abbandonarsi nelle mani di Dio - faccia pure di lei ciò che vorrà - con il maggior disinteresse possibile per il suo profitto e con la maggior rassegnazione alla volontà di Dio.

7.   La terza ragione è che la stessa preoccupazione di non pensare a nulla può forse eccitare la mente a pensare molto.

8.   La quarta consiste nel fatto che la cosa più importante e gradita a Dio è il ricordarsi del suo onore e della sua gloria e dimenticarsi di se stessi, del proprio profitto, dei propri diletti e delle proprie soddisfazioni. Ora, come può dimenticarsi di sé chi ne è sempre preoccupato, chi non osa muoversi e non lascia che neanche il suo intelletto e i suoi desideri si muovano per aspirare alla maggior gloria di Dio e per rallegrarsi di quella di cui già gode? Quando Sua Maestà vuole che l’intelletto cessi di operare, lo occupa in altro modo e gli dà una luce di conoscenza così superiore a quella che noi possiamo raggiungere, da farlo restare assorto; e allora, senza saper come, esso ne trae molto miglior insegnamento che non a causa di tutte le nostre diligenze per sospenderne l’attività, le quali non servirebbero se non a nuocergli. Infatti, Poiché Dio ci ha dato le potenze affinché operassimo per mezzo di esse, e ha in serbo il premio dovuto a ciascuna per questo, non c’è ragione di sospenderle, ma bisogna lasciar loro compiere il proprio ufficio, fino a quando Dio non le destini a uno più grande.

Quello che io ritengo più conveniente da farsi per un’anima che Dio ha voluto mettere in questa dimora è quanto ho detto: cioè che senza violenza né rumore procuri d’impedire all’intelletto di discorrere, ma non tenti di sospenderlo né di sospendere il pensiero, Poiché è bene che si ricordi di essere alla presenza di Dio e rifletta a chi sia questo Dio. Se l’intelletto si sospende da solo per quello che sente in sé, alla buon’ora, ma non cerchi di capirne la ragione, essendo un dono concesso alla volontà: bisogna lasciarglielo godere senza far ricorso ad alcuna industria, tranne qualche parola amorosa. Del resto, in questo stato, pur non procurandolo, si resta senza pensare a nulla, anche se solo per pochissimo tempo.

Ma, come ho detto altrove, la causa per cui cessa il discorso dell’intelletto in questa specie di orazione (cioè quella di cui ho cominciato a parlare in questa dimora, che ho anteposto all’altra di raccoglimento, della quale dovevo parlare prima, in quanto, pur essendo meno alta dell’orazione dei diletti divini, è la base per raggiungerla, perché nell’orazione di raccoglimento non si deve lasciare la meditazione né l’opera dell’intelletto) è che qui l’acqua è di sorgente, non viene per via di canali: l’intelletto si sospende da sé, o lo fa sospendere il fatto di vedere che non sa lui stesso quel che vuole, e così va da una parte all’altra come un sonnambulo che non trova stabilità in nulla. La volontà è profondamente immersa nel suo Dio, e l’agitazione dell’intelletto le produce grande molestia. Ma non deve far caso dell’intelletto, bensì lasciarlo perdere e abbandonarsi fra le braccia dell’amore, perché Sua Maestà le insegnerà quello che deve fare in tale congiuntura, cioè riconoscersi indegna di tanto bene e adoperarsi in rendimento di grazie.

9.   Per trattare dell’orazione di raccoglimento, ho tralasciato di dire gli effetti e i segni che si determinano nelle anime a cui Dio nostro Signore concede questa orazione. Si avverte in essa chiaramente una dilatazione o un ampliamento nell’anima: come se l’acqua che sgorga da una fonte non avesse più flusso, ma il suo bacino fosse fatto in modo tale che, quanta più acqua riceve, tanto più cresce di capacità. Così sembra accadere anche in quest’orazione, perché, insieme a molte altre meraviglie che Dio opera nell’anima, le dà capacità e disposizione a contenere tutto in sé. E questa soavità e questo dilatamento interiore si riconoscono dall’effetto che resta nell’anima di non sentirsi così legata come prima alle pratiche del servizio di Dio, ma di attendervi con ben maggior larghezza. Per esempio non si angustia per la paura dell’inferno, pur avendo più paura di offendere Dio; ma non si tratta di un timore servile, che qui sparisce del tutto, perché l’anima nutre gran fiducia che dovrà godere di lui.  L’apprensione, in lei prima abituale, quanto alla penitenza, di perdere la salute, ora cede il posto alla convinzione che potrà sopportare tutto con l’aiuto di Dio, e non ha mai tanto desiderato di farla. Lo sgomento che provava di fronte alle tribolazioni ora è attenuato, perché la sua fede è più viva e si rende conto che, se le sopporta per amor di Dio, Sua Maestà le farà la grazia di poterle tollerare con pazienza. Così alcune volte perfino le invoca, tanto è grande il suo desiderio di far qualcosa per Dio.

Quanto più progredisce nella conoscenza della sua grandezza, tanto più si ritiene miserabile. Avendo ormai provato le gioie divine, vede che quelle del mondo sono immondizia, se ne allontana a poco a poco, ed è sempre più padrona di sé nel farlo.  Insomma, resta migliorata in tutte le virtù, e andrà progredendo sempre maggiormente, purché non torni indietro, recando offesa a Dio, perché allora si perde tutto, per quanto elevata sia un’anima ormai pervenuta alla cima. Nemmeno è da credere che per una volta o due che Dio faccia questa grazia, cioè se non si continua a riceverla, si abbiano tutti gli effetti di cui ho parlato, perché in tale perseveranza è tutto il nostro bene.

10. Una cosa raccomando molto a chi si trova in questo stato: di guardarsi attentamente dal mettersi in occasioni di offendere Dio, perché qui l’anima non è ancora matura, ma è come un bambino che comincia a poppare: se si discosta dal petto della madre, che cosa ci si può aspettare se non la sua morte? Io temo molto che sarà così di colui il quale abbia ricevuto da Dio questa grazia e si allontani dall’orazione, tranne che non vi sia costretto da un’urgente necessità, e non vi faccia subito ritorno, perché andrà di male in peggio. So che vi è molto da temere in questo caso, e conosco alcune persone che mi ispirano una gran pena, le quali sono un esempio di quanto dico, per essersi allontanate da colui che con tanto amore voleva farsi loro amico e dimostrarglielo con le opere. Raccomando tanto di evitare le occasioni, perché il demonio mette più impegno nel nuocere a una di queste anime che non a molte altre a cui il Signore non faccia tali grazie. Esse, infatti, gli possono essere di gran danno, trascinandone altre con sé e riuscendo, forse, di gran profitto alla Chiesa di Dio. Quand’anche, poi, non vi fosse altro motivo, la sola constatazione che Sua Maestà mostra loro un amore particolare basta perché il demonio si accanisca a rovinarle; pertanto devono sostenere grandi lotte, e vanno anche a finir peggio delle altre, se soccombono.

11. Voi, sorelle, siete esenti da questi pericoli, a quanto si può capire. Da superbia e vanagloria vi liberi Dio, e dal timore che il demonio possa simulare queste grazie vi difenda il sapere che non può produrre gli effetti che ho descritto, ma fenomeni del tutto opposti ad essi.

Vi voglio avvertire di un pericolo (benché ve ne abbia già parlato altrove) in cui ho visto cadere varie persone di orazione, specialmente donne, perché , essendo noi più deboli, abbiamo più occasione di incorrere in quanto sto per dire. Ed è che alcune, a causa dell’eccesso di penitenza, orazioni, vigilie, e anche senza questo, solo perché di debole complessione, non possono avere qualche diletto spirituale senza che la loro natura ne resti soggiogata.

Pertanto, sentendo una certa gioia interiore, mentre esteriormente soggiacciono a grande spossatezza e sfinimento, specie se si trovano nel cosiddetto sonno spirituale, che è un po’ più intenso di quello di cui si è parlato, sembra loro che siano la stessa cosa e si lasciano assorbire. Più si abbandonano, più restano assorbite, perché la natura si indebolisce sempre più. Nel loro cervello credono che si tratti di un rapimento, mentre io lo chiamo istupidimento, non facendo esse altro allora che perdere il tempo e rovinarsi la salute (a una persona accadeva di rimanere in questo stato otto ore), senza che vengano loro meno i sensi né abbiano alcun pensiero di Dio.

Col dormire, mangiare e non far tanta penitenza, la persona anzidetta cessò di essere in questo stato, perché ci fu chi la capì, mentre, senza volerlo, aveva tratto in inganno il suo confessore, varie persone e se stessa. Sono convinta che il demonio vi aveva contribuito la sua parte per trarne qualche vantaggio, e non poco cominciava già a ricavarne.

12. È bene sapere che, quando questo stato proviene da Dio, pur essendoci spossatezza interiore ed esteriore, l’anima resta forte e prova grande gioia nel vedersi così vicina a lui. Del resto, non si protrae a lungo, anzi, dura ben poco spazio di tempo, anche se l’anima torna a restare assorta. Tuttavia, in questa orazione, tranne in quei casi di debolezza naturale di cui ho parlato, la sospensione non arriva al punto di abbattere il corpo né produce alcuna sensazione esterna.

13. State, dunque, sull’avviso e se qualcuna si sentirà in questo stato, ne avverta la superiora e si distragga come può. La superiora non le consenta di avere troppe ore di orazione, ma ben poche, e faccia in modo che mangi e dorma bene, fino a che comincino a ritornarle le forze naturali, nel caso che le abbia perdute a causa di privazioni. Se è di così debole complessione che questo non le basta, credetemi, Dio la vuole solo per la vita attiva, perché nei monasteri dev’esserci di tutto. La si occupi negli uffici e si badi sempre che non rimanga troppo in solitudine, perché verrebbe a perdere del tutto la salute. Ciò le sarà di grande mortificazione, ma attraverso questa prova il Signore vuole provare l’amore che ha per lui, vedendo come sopporti la sua assenza, e si compiacerà di ridarle le forze dopo qualche tempo. Se ciò non fosse, con la preghiera vocale e con l’obbedienza trarrà gran guadagno e meriterà ciò che avrebbe meritato per mezzo della contemplazione, e forse più.

14. Può anche darsi che vi siano persone di così debole cervello e immaginazione - come io ne ho conosciute - alle quali sembra di vedere tutto quello che passa loro per la testa: è molto pericoloso. Siccome, però, ne tratterò forse in seguito, non aggiungo altro qui, essendomi dilungata molto in questa dimora, che è quella in cui credo che entri il maggior numero di anime, e in cui, Poiché il naturale è congiunto al soprannaturale, il demonio può fare maggior danno che nelle seguenti, ove il Signore non gliene lascia l’opportunità. Sia lodato per sempre! Amen.