Lettera N°
30: Il Castello interiore
(Inviata 4
novembre 2000)
Scusandomi
per il ritardo proseguo con l'invio del libro di S. Teresa di Avila.
Buona
lettura!
Marilu'
Giovanna
della Croce.
TERESA
D'AVILA - IL CASTELLO INTERIORE
Introduzioni
di Carolyn Humphreys
Traduzione
di Letizia Falzone.
LA
QUINTA DIMORA
CAPITOLO
I
Comincia
a far vedere come, nell’orazione, l’anima si unisca a Dio. Dice da che cosa si
conoscerà che non si tratta di inganno.
1. Oh, sorelle! In che modo potrei dirvi le
ricchezze, i tesori, i diletti racchiusi nelle quinte dimore? Sarebbe meglio,
credo, non dir nulla di tutte quelle che restano da trattare, perché non si
riesce a farlo, né l’intelletto può comprenderle, né i paragoni possono servire
a spiegarle, essendo troppo basse le cose della terra per questo scopo.
Mandate, mio Signore, luce dal cielo perché io possa illuminare un po’ queste vostre serve, visto che vi siete compiaciuto di far godere ad alcune di esse tanto spesso di questi gaudi, così che non siano tratte in inganno, quando il demonio si trasformerà in angelo di luce, essendo tutti i loro desideri conformati al vostro gradimento.
2. E anche
se ho detto “alcune”, ce ne sono ben poche tra noi che non entrino in questa
dimora di cui ora parlerò. Qui c’è il più e il meno, e per questa ragione dico
che sono la maggioranza quelle che vi entrano. Certo, alcune delle cose che si
incontrano in tale dimora, credo siano riservate a poche, ma anche se si
trattasse solo di arrivare alla porta, è già una grande misericordia di Dio, perché
molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.
3. Così dico
di noi che portiamo questo sacro abito del Carmelo, che, quantunque siamo tutte
chiamate all’orazione e alla contemplazione (perché in ciò è la nostra origine:
veniamo dalla stirpe di quei nostri santi Padri del monte Carmelo che in così
grande solitudine e con tanto disprezzo del mondo cercavano questo tesoro,
questa perla preziosa di cui parliamo), ci disponiamo in poche a ottenere
Signore ce la scopra. Quanto alle forme esteriori, infatti, siamo sulla buona
strada per arrivare dove è necessario, ma quanto alle virtù ci manca un bel
pezzo, e non dobbiamo mai trascurarci né molto né poco. Pertanto, sorelle mie,
siccome in qualche modo possiamo godere del cielo sulla terra, supplichiamo il
Signore a concederci il suo favore, affinché non si debba restarne prive per
colpa nostra. Ci mostri egli la strada, dando all’anima le forze con cui
scavare fino a trovare questo tesoro nascosto, che è realmente in noi stesse.
È ciò ch’io vorrei riuscire a
spiegare, se il Signore mi concede di saperlo fare.
4. Ho detto “forze all’anima”, affinché
intendiate che non sono necessarie quelle del corpo, se Dio nostro Signore non
le dà. Egli non impedisce a nessuno di
acquistare le sue ricchezze: gli basta che ciascuno gli dia ciò che ha. Sia
benedetto un così gran Dio!
Ma
badate, figlie mie, che per l’acquisto di cui parliamo, non vuole che teniate
nulla per voi: poco o molto, vuole tutto per sé, e in conformità di quello che
voi vedrete di aver dato, riceverete maggiori o minori grazie. Non v’è prova
migliore per sapere se la nostra orazione arrivi o no all’unione.
Non
pensate che si tratti di cosa sognata, come nella precedente orazione.
Dico
sognata, perché lì sembra che l’anima sia mezzo assopita: né appare del tutto
addormentata, né si sente sveglia. Qui, essendo proprio addormentata, e
profondamente addormentata alle cose del mondo e a se stessa (perché è un fatto
reale che l’anima resta come fuori di sé per la breve durata di questo
fenomeno, tanto che non si riesce a pensare, pur volendolo), non occorre far
ricorso ad alcun artificio per sospendere il pensiero.
Perfino
quanto all’amare - se ama - non sa come né che cosa ami, né ciò che voglia.
Insomma è come essere assolutamente morti al mondo per più vivere in Dio.
Proprio così: una morte dilettosa, uno sradicarsi dell’anima da tutte le
operazioni che può avere stando nel corpo; dilettosa, perché, pur stando in
esso, sembra invero che l’anima se ne separi, per meglio vivere in Dio, in modo
che io non so ancora se gli resti tanto di vita da poter respirare. Ci stavo
pensando ora, e mi sembra proprio di no; per lo meno, se respira non lo
avverte. L’intelletto vorrebbe tutto occuparsi a intendere qualcosa di ciò che
l’anima sente e, Poiché le sue forze non giungono a tanto, rimane così stupito
che, pur non perdendosi del tutto, non muove piedi né mani, come si dice tra
noi di una persona che resta priva di sensi in modo tale da sembrarci morta.
Oh,
segreti di Dio! io non mi stancherei mai di cercar di spiegarveli se pensassi
di riuscirvi, almeno in parte. E pertanto dirò mille spropositi pur di coglier
nel segno almeno una volta, e per rendere più lodi al Signore.
5. Ho detto che non si trattava di cosa sognata.
Nella dimora precedente l’anima, finché non ne abbia molta esperienza, resta in
dubbio su quello che è avvenuto: se è frutto di una sua illusione, se dormiva,
se le fu dato da Dio o dal demonio trasfigurato in angelo di luce. Nutre mille
timori, ed è bene che li abbia, perché, come ho detto, perfino la nostra stessa
natura ci può ingannare talvolta a questo riguardo. Anche se, infatti, le
bestie velenose non hanno facilmente modo di introdursi in quelle dimore, certe
lucertolette sì. Poiché sono sottili, s’infilano da per tutto e, pur non
essendo nocive, specialmente se non si fa caso di esse, come ripeto, perché
sono piccoli pensieri provenienti dall’immaginazione e da ciò che si è detto,
spesso infastidiscono.
Ora,
invece, per quanto sottili siano, le lucertolette non possono entrare in questa
dimora, perché non c’è immaginazione, memoria o intelletto capace di impedire
un tal bene. E oserei affermare che se è davvero unione con Dio, non vi può
entrare né fare alcun danno neanche il demonio, perché Sua Maestà è così unito
e congiunto all’essenza dell’anima, che il demonio non oserà avvicinarsi, né
credo che neanche intenda tali segreti. Del resto, è chiaro: se, come dicono,
egli non conosce i nostri pensieri, molto meno potrà conoscere una cosa tanto
segreta che Dio non confida neppure all’intelletto.
Oh,
stato felicissimo nel quale il maligno non può farci alcun danno! L’anima ne
trae grandissimi vantaggi, operando Dio in essa senza che nessuno gli sia
d’ostacolo, neanche noi stessi. Che cosa non ci darà mai chi ama tanto dare e
può dare tutto ciò che vuole?
6. Credo di esservi causa di confusione nel
dire: “se è davvero unione con Dio”, quasi che ci siano altre unioni. E ve ne
sono altre! Anche per quanto riguarda le vanità terrene, basta il fatto di
amarle molto perché il demonio faccia uscire l’anima da sé, ma non come quando
il trasporto le viene da Dio, né con quel diletto, con quell’appagamento,
quella pace e quella gioia che sono al di sopra di tutti i piaceri, i diletti,
i godimenti della terra, e in più non hanno a che vedere, circa la loro
origine, con essi, essendo molto differente l’impressione che se ne ha, come
avrete sperimentato. Una volta ho detto che è come se gli uni fossero avvertiti
nella scorza del corpo, gli altri nel midollo delle ossa, e credo d’aver
indovinato il paragone Non so dirlo meglio.
7. Mi sembra, però, che non siate ancora
soddisfatte e che temiate di potervi ingannare, perché l’esame di ciò che è
interiore è ben difficile. Anche se per chi ne ha fatto esperienza basta quanto
si è detto, essendo grande la differenza, voglio indicarvi un segno chiaro
mediante il quale non potrete esser tratte in inganno né dubitare che è Dio a
operare in voi. Sua Maestà me l’ha
fatto venire in mente oggi, e credo che sia un segno sicuro. In argomenti
difficili, anche se mi pare di comprenderli e di dire la verità, adopero sempre
quest’espressione: “mi sembra”, perché, se dovessi ingannarmi, sono
dispostissima a credere quanto diranno coloro che hanno molta dottrina. Essi,
infatti, pur mancando dell’esperienza di questi favori, sono dotati di un non so
qual senso di intuizione: siccome Dio li riserva a essere luce della sua
Chiesa, quando si tratta di ammettere una verità, li illumina perché sia
riconosciuta come tale. Se essi non vivono proiettati al di fuori, ma sono veri
servi di Dio, non si meravigliano mai delle sue grandezze, sapendo bene che può
fare assai di più. E, infine, anche se alcune cose non siano ancora ben
chiarite, devono trovarne scritte altre nei libri, attraverso le quali vedono
che possono verificarsi anche queste.
8. Di ciò io ho grandissima esperienza, come
l’ho di certi semidotti paurosi che mi costarono ben caro. Secondo me, chi non
crede che Dio possa fare molto di più e che si sia compiaciuto e si compiaccia
tuttora di comunicarsi talvolta alle sue creature, tiene assolutamente chiusa
la porta ad accogliere le grazie divine. Pertanto, sorelle, ciò non vi accada
mai: credete, invece, che Dio può dare sempre di più e non fermatevi mai a
osservare se siano cattivi o buoni quelli ai quali fa le grazie, perché Sua
Maestà, come vi ho detto, ne conosce il motivo. Non c’è ragione che noi ci
intromettiamo in questo: dobbiamo solo con semplicità di cuore e umiltà servire
Dio e lodarlo per le sue opere meravigliose.
9. Ritornando, dunque, al segno che io ritengo
sicuro, osservate quest’anima che Dio ha reso del tutto priva d’intelletto per
imprimere meglio in lei la vera sapienza. Per tutto il tempo in cui resta in
questo stato, che è sempre breve e a lei sembra anche più breve di quello che è
in realtà, non vede né ode né intende nulla. Dio s’imprime in modo tale
nell’intimo di quest’anima che, quando ritorna in sé, non può assolutamente
dubitare che ella sia stata in Dio e Dio in lei. Questa verità le resta
impressa così saldamente che, anche se passassero anni senza che Dio torni a
farle quella grazia, non se la dimentica né può dubitare di averla avuta.
Lasciamo pur da parte gli altri effetti che ne trae, di cui parlerò in seguito:
questo è ciò che conviene al nostro proposito.
10. Ma voi mi direte: in che modo l’anima ha visto
o ha capito di essere in Dio, se non vede né intende nulla? Non dico che
l’abbia inteso allora, ma che lo intende chiaramente in seguito, e non perché
sia una visione, ma per la certezza che di ciò le resta e che solo Dio può
dare. So di una persona la quale non era ancora a conoscenza del fatto che Dio
è in tutte le cose per presenza, potenza ed essenza, e che dopo una grazia di
questo genere fattale dal Signore, giunse a comprenderlo. Ne ebbe tale certezza
che, sebbene uno di quei semidotti di cui ho già parlato, richiesto da lei su
come Dio sia in noi (egli ne sapeva tanto poco quanto lei prima che Dio glielo
facesse intendere), le rispondesse che vi è soltanto per grazia, ella, ormai
sicura della verità, non gli credette e ne interrogò altri, i quali le dissero
come ciò fosse in realtà, del che rimase assai consolata.
11. Non dovete, peraltro, restare ingannate dal
credere che questa certezza riguardi una forma corporale, com’è del corpo di
nostro Signor Gesù Cristo, presente nel santissimo Sacramento, anche se non lo
vediamo; qui non si tratta di questo, ma della sola divinità. Allora, in che
modo, ciò che non vediamo, resta impresso in noi con tale certezza? Questo io
non lo so, sono opere di Dio, ma so di dire la verità. Ma senza questa
certezza, io stento a credere che ci sia l’unione di tutta l’anima con
Dio. Ci sarà solo l’unione di qualche
potenza, oppure si tratterà di altro genere di grazie fra le molte che Dio fa
all’anima.
12. Dobbiamo, in tutte queste cose, lasciare di
cercar ragioni che ci spieghino come avvengano. Poiché la nostra intelligenza
non giunge a comprenderle, a che scopo vogliamo perderci in esse? Basta rendersi conto che è l’Onnipotente a
far tutto. Siccome noi, malgrado ogni nostra diligenza, non siamo capaci di
raggiungerle, perché sono opera solo di Dio, non sforziamoci di volerle
intendere.
13. Mi ricordo ora, a proposito del fatto che “non
siamo capaci” di quello che, come avrete udito, dice la sposa dei Cantici: Il
re mi ha condotta nella cella del vino; anzi, credo che dica: mi ha introdotta.E
non dice che vi sia andata da sé. Ancora, aggiunge che andava di qua e di là in
cerca del suo amato. Io ritengo che questa orazione sia la cella vinaria dove
il Signore intende introdurci, quando e come vuole, ma dove non possiamo
entrare da noi, per quanti siano i nostri sforzi. Bisogna che ci introduca Sua
Maestà, entrando egli stesso nel centro della nostra anima. Per meglio
mostrarci le sue meraviglie, non esige che facciamo altro se non assoggettargli
del tutto la nostra volontà, lasciando chiusa la porta delle potenze e dei
sensi, che se ne stanno profondamente addormentati. Egli intende entrare nel
centro dell’anima senza passare per alcuna porta, come entrò dai suoi discepoli
dicendo: Pace a voi, e come uscì dal sepolcro senza rimuovere la pietra.
14. Vedrete in seguito come Sua Maestà vuole che
l’anima goda di lui nel centro di se stessa molto più che qui: sarà nell’ultima
dimora.
Oh, figlie mie, che grandi cose
contempleremo, se cerchiamo di non veder altro all’infuori della nostra
bassezza e miseria, e di capire che non siamo degne di essere serve di un così
eccelso Signore, le cui meraviglie eccedono il nostro intendimento! Sia per
sempre lodato! Amen.
(continua)